Coronavirus e declino dell’Europa. Il commento di Mario Giro

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23 Marzo 2020


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Formiche.net di Mario Giro

La crisi del coronavirus è nel suo pieno corso ma è bene già pensare alle conseguenze. L’attuale flagello è l’ennesima prova del declino dell’Occidente, in specie dell’Europa? L’egoismo tra Paesi europei (che neanche sanno scambiarsi un po’ di mascherine) fa prevedere la fine del processo di integrazione, a dimostrazione che l’Europa piace solo in momenti di abbondanza. Il virus mette a dura prova anche il nostro welfare, che non si dimostra all’altezza. Rende incerta la democrazia rappresentativa: pare che i regimi autoritari riescano meglio a proteggere la propria popolazione mentre in Europa si assiste a un coacervo di teorie-liti-ipotesi tale da confondere i cittadini. Infine da un colpo durissimo all’economia.

Non è la prima volta nel corso degli ultimi due secoli che si parla di declino occidentale: fu uno dei mantra intellettuali dopo la prima guerra mondiale, poi con l’ascesa e il declino dei fascismi, ilo secondo conflitto e la cortina di ferro, il comunismo, la sconfitta in Vietnam, il risveglio della Cina e le svariate crisi economiche. Insomma tutto sembra sempre cospirare contro l’Occidente. Certamente, come ha scritto Timothy Garton Ash, una caratteristica occidentale odierna è la “mente svagata”: da tempo non ci interessiamo più del mondo attorno, ci disimpegniamo, lasciamo ampi spazi ad altre potenze, ci rifugiamo dentro le nostre frontiere sperando che gli altri ci lascino in pace.

Il Medio Oriente con la Siria, la Libia, lo Yemen, ora l’Afghanistan: tutte crisi da cui ci ritiriamo o non siamo proprio entrati. Abbiamo abbandonato l’Africa, un continente vicino e ricco di risorse e opportunità (piani Marshall promessi e mai attuati). Siamo tutti alla ricerca affannosa di mercati asiatici ma pronti a sbranarci facendoci concorrenza fra di noi per strappare un pezzetto di ricchezza (vedi 5G). E poi litigi continui interni con gli Usa, tra europei ecc. Infondo i 27 membri dell’Ue hanno lasciato andare via il Regno Unito senza combattere. Assistono al rinchiudersi entropico dei paesi di Visegrad senza reagire. Si contendono un tweet del presidente Trump pur snobbandolo nel fondo.

Da tempo ciò che interessa i governi occidentali, in particolare europei, sembra attenere alle (presunte) necessità immediate di politica interna. Tutto viene sottoposto al metro dell’urgenza e dell’immediato, del locale e dell’autoreferenziale. Mentre Russia, Turchia, Cina ed altri attori (il Golfo, l’Iran, l’India ecc.) stanno facendo molto in termini di presenza e di proposta in politica internazionale, l’Occidente rimane ritratto nel suo foro interno, alle prese con le ossessioni della sua opinione pubblica. Schiacciati sul presente o sul quotidiano, dominano il dibattito temi tutti intestini e di retroguardia come l’identità, le migrazioni o la sicurezza, allo scopo di provocare o indirizzare ondate emotive, reazioni di paura o di rabbia. Il mondo sembra una minaccia di cui è meglio non occuparsi.

Non c’è da sorprendersi se quando arriva il virus ci trova svuotati, senza idee e senza parole. Ridicolo il balletto “chiudere tutto-non chiudere” che si ripete in ogni paese, il dissidio tra esperti che fanno i vanitosi in Tv invece di dire semplicemente “ancora non sappiamo”. Tutto avviene come se ciò che è appena accaduto nel paese accanto non insegnasse nulla. I giornali francesi e spagnoli oggi sono identici a quelli italiani di 3 settimane fa: fogliate sulle stesse questioni, gli stessi dibattiti, le medesime domande. E sparizione di qualunque altra cosa… Sembra che nessuno impari da nessuno, malgrado l’Ue, per poi percorrere tutti la stessa strada… e forse commettere gli stessi errori.

Il coronavirus mette a nudo un impressionante vuoto di pensiero politico sulle questioni fondamentali che dovrebbero –queste sì- essere al cuore dell’identità occidentale e europea: il welfare, la sanità, l’educazione. Non fa tutto parte della nostra civiltà, quella che ci ostinavamo ad esportare? Ed è bastato un solo aereo (uno solo!) di aiuti dalla Cina o qualche medico cubano in Italia, per mostrare l’enorme carenza di solidarietà europea. Ciò fa più male alla Ue che qualunque tecno-economicismo, perché tocca le corde della sensibilità popolare.

Senza pathos solidale l’Europa non si salva. Se ciò che resterà dopo la crisi attuale è l’idea che ciascuno ha fatto da solo (magari con un sovrappiù di retorica), l’Europa è finita. Anche le dichiarazioni di Lagarde e la lentezza della Commissione sono tipici: resterà l’idea che non si voleva aiutare l’Italia (e poi la Spagna, la Francia ecc.) anche se alla fine i soldi sono stati messi.

Allo stesso tempo paradossalmente si ricevono aiuti da paesi meno benestanti e si ricevono messaggi solidali dall’Africa. È proprio vero come dice la Bibbia che “l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono”. Politicamente stiamo morendo dentro, senza capire quello che ci accade. La prosperità ci ha resi come sonnambuli.

Non riusciamo nemmeno più ad avere quelle semplici reazioni di solidarietà tra di noi europei che abbiamo preteso di insegnare la civiltà al mondo mediante il “droitdelhommisme”, il terzomondismo, il “sansfrontierisme” o simili. C’è da chiedersi che diranno gli altri davanti alle nostre critiche (quelle tipo Amnesty o Hrw): se la rideranno. Se c’era una cosa che distingueva le nostre democrazie dagli altri regimi era sulla qualità della vita interna, cioè su come veniva trattata la propria popolazione. Ora questo è in crisi e si sfilaccia. In Italia stiamo assistendo a una roba assurda in cui le regioni si mettono una contro l’altra e tutte in dissidio col governo, solo per interesse di bottega.

Declino annunciato dunque? Ma anche questo è spesso un giochetto intellettuale di ricchi che discettano di fine del mondo credendola lontana. Più che di declino sarebbe più indicato parlare di suicidio assistito. Se non reagiamo con un nuovo pensiero politico su ciò che sta accadendo, su un nuovo progetto di società, di Stato e di Europa, non basterà più invocare padri fondatori nazionali o continentali. Loro seppero reagire alla catastrofe della guerra ma oggi chi parla al paese con parole piene di senso e non egoiste? Precisiamo: non si tratta di buonismo, è l’egoismo ad esser stupido.

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