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Dal Libano al Cile. Geopolitica delle rivolte secondo Mario Giro

26 Ottobre 2019 Martina Fabiani Nessun commento RASSEGNA STAMPA CILE, LIBANO, MARIO GIRO, POLITICA ESTERA, RIVOLUZIONI

L’intervento televisivo di Nasrallah, il leader degli Hezbollah sciiti libanesi (il partito di Dio), non ha calmato la piazza libanese. Senza guida, il movimento prosegue pur non sapendo bene dove andare. Si chiedono le dimissioni del governo Hariri ma poi? La paventata tassa su WhatsApp è stata ritirata ma ciò non acquieta i libanesi che si mescolano per strada tra sunniti, cristiani, sciiti, drusi, eccetera.

Qualcosa di simile accade a Sadr City, l’ex quartiere sunnita di Saddam City a Baghdad. Giovani – sì perché in questi Paesi i giovani sono la maggioranza – stufi di essere etichettati con le etnie, confessioni o altro, occupano le strade (talvolta in modo violento) e protestano in stile “rivolta del pane”. Dall’altra parte del globo a Santiago del Cile sono bastati 4 centesimi di aumento delle tariffe dei trasporti urbani (ma vi ricordate le proteste di piazza brasiliane per l’aumento del biglietto dell’autobus che contribuirono alla caduta di Dilma Rousseff?) per innescare una vera e propria sommossa che ha costretto il governo a far uscire i militari dalle caserme. Sorprende che questi ultimi non abbiano perso i riflessi automatici dell’epoca di Pinochet: torture, violenze, brutalità di ogni tipo, anche se non si possono più nascondere. Poi ci sono sommosse della povertà ad Haiti, la disperazione dei venezuelani alla fame, proteste contro la corruzione e gli imbrogli elettorali in Bolivia e Perù, le recenti proteste contro al-Sisi al Cairo, il movimento sudanese e quello algerino che proseguono.

È la rivolta dei molti contro i pochi, del 99% contro l’1%, della gente ordinaria contro la corruzione delle élite. A noi ricorda Occupy Wall Street, gli Indignados spagnoli, la crisi delle banlieue francesi, la Primavera dell’acero canadese, i Gilet Gialli, le prime fasi delle primavere arabe, e altro ancora. Tutte vicende di fine millennio ed inizio secolo; tutte sollevazioni senza leader e immancabilmente soffocate o recuperate. Alcune portano un segno più politicizzato, come ad Hong Kong (dove si ripete la stagione di Occupy central, la rivolta degli ombrelli), o a Barcellona.

In filigrana si intravede una nuova geopolitica: quella delle rivolte. Si tratta di una “geopolitica debole”, non disegnata da rapporti di forza politico-militari, né fatta di economia, frontiere o risorse. Tuttavia è un fenomeno ricorrente che sarà sempre più difficile arginare, a meno di ritornare a regimi davvero repressivi. Se la globalizzazione diviene sempre più fonte di ansia per tutti, molto di più lo è per i giovani. Spesso per loro si tratta di una doppia paura: quella dell’esclusione ma anche quella di un “inclusione forzata”. Se gli adulti, reagiscono con il ripiegamento, i giovani -laddove è possibile- lo fanno con la rabbia. L’antropologo francese Alain Bertho ha descritto il fenomeno come una “mondializzazione delle sommosse”, nuovo segno dei tempi. L’età delle rivolte è un’epoca di ribellismo spontaneo che prende il posto delle precedenti forme organizzate ed inquadrate. Dagli esperti vengono trattate a torto come una sorta di nuove “jacquerie” giovanili destinate al fallimento. L’esasperazione è senza frontiere e torna un’antica pratica che sembrava scomparsa: il saccheggio. Al massimo si ragiona di diritti (come a Hong Kong) o di economia. Ma non si tratta solo di questo.

C’è tra i giovani una forte sensazione di “tradimento degli adulti” a cui anche fenomeni come Greta non sono estranei. I giovani sentono che la generazione precedente sta lasciando loro un mondo ben peggiore di quello che aveva ereditato. Il neo-capitalismo ha prodotto enormi fratture sociali anche nei Paesi in crescita e non solo nelle economie mature. La diseguaglianza sembra essere divenuta la cifra del nostro tempo e, cosa più grave, tollerata dai decisori. La natura stessa si ribella al suo sfruttamento: dobbiamo tener conto del fatto che l’allarme sul futuro del pianeta colpisce i giovani in maniera molto più forte che le altre classi di età. Poi c’è il sentimento che il diritto a scegliere – continuamente propagandato dalla cultura della globalizzazione – sia sostanzialmente impedito. Tale aspetto è particolarmente chiaro per i giovani africani che reagiscono decidendo di muoversi comunque: è l’avventura delle migrazioni che tanto spaventa l’Europa. La forma oligarchica presa dall’aumento della ricchezza nei paesi emergenti è un’altra ragione di forte malcontento. Il neo-liberismo ha promesso opportunità per tutti ma non la può mantenere: al contrario la prosperità si concentra nelle mani di pochi. Lo stesso può dirsi delle tasse in Occidente, che non creano vera ridistribuzione della ricchezza come sarebbe nella loro natura. Il problema del ceto medio impoverito o della classe C (come si dice in Brasile) che non riesce a uscire dalla precarietà, si legano all’età media che è bassa nella maggioranza dei paesi, salvo Europa e Russia. Demograficamente siamo al picco: non ci sono mai stati tanti giovani nel mondo quanto oggi.

Questi giovani sono spaventati dal futuro e scontenti del presente. L’istruzione di qualità resta un privilegio di pochi, per non parlare dell’accesso alle cure. Di conseguenza ogni sforzo viene fatto per potersi avvicinare alle terre dove ancora ci si può curare e si può studiare gratuitamente. La retorica degli adulti al potere (sia ideologica, nazionalista o estremista di vario tipo) non convince più la massa dei giovani che cercano la loro parte della globalizzazione. Le sinistre mondiali (comuniste, socialdemocratiche o altro) sono ingessate nell’aver accettato senza riforme il neo-capitalismo dominante e l’erosione del welfare. Ma tutti i vantaggi della nuova economia globale sono precari e concentrati: anche la stessa guerra dei dazi, pur utilizzata dai leader per promuovere se stessi, coinvolge pochissimi soggetti mentre ne ferisce a morte moltissimi. Prevale ormai una concezione del lavoro come bene non durevole o a perdere tipo “usa e getta”. Ciò creerà sempre più reazioni anche violente.

I mali dell’economia predatrice vengono denunciati de facto soltanto da Papa Francesco e dalla parte della chiesa cattolica che in lui si riconosce. Il sinodo sull’Amazzonia contiene un preciso segnale in questo senso: partire da una periferia delle periferie –la regione amazzonica- per parlare a tutti del fallimento dell’attuale modello di sviluppo. Tutti i padri sinodali si sono espressi contro “lo sfruttamento dell’economia predatrice delle risorse naturali”, al di là delle divergenze teologiche su specifici temi ecclesiastici. La destra ecclesiale anti-Francesco cerca di spostare il dibattito pubblico esclusivamente sui temi di natura canonica, come i viri probati (preti sposati) o cose simili. Si tratta certamente di questioni importanti ma che acquistano valore solo se letti dentro il quadro complessivo in cui il papa sta conducendo la chiesa: uscire dall’attuale modello di sviluppo che crea solo diseguaglianza. Sia l’Evangelii Gaudium, che la Laudato Si’ vanno in tale direzione: combattere la diseguaglianza togliendo centralità al mercato e mettendovi al posto la persona e il creato. Francesco non crede alla crescita come soluzione, ed è questo che realmente temono i suoi oppositori, principalmente nord-americani. La riunione degli economisti del prossimo marzo convocata dal papa ad Assisi sarà un ulteriore passo in tale direzione. L’attacco all’idolatria del denaro non è più un’espressione moralista ma diviene una necessità politica: o si cambia il sistema oppure sarà guerra, violenza e distruzione. Francesco intravvede così la “guerra mondiale a pezzi” di cui parlò: una guerra contro i poveri e contro gli ultimi a cui si aggiungono ora i penultimi del ceto medio impoverito e le vittime della crisi ambientale. Le sinistre mondiali davanti a ciò restano in silenzio, intrappolate nell’ideologia liberale contemporanea. Parlano solo i populisti che presentano un’unica ricetta: non si devono fare sacrifici ma pretenderli da altri. Tale giochetto allo scaricabarile è a somma zero: saremo tutti perdenti alla fine. Chi, come Piketty, osa richiamare Keynes e il welfare viene considerato come un nostalgico freelance. Tutte le politiche economiche si concentrano ancora sull’illusoria speranza di crescita all’infinito che la crisi ambientale si è già incaricata di smentire.

L’innovazione tecnologica spacciata per cura di ogni male, al di là dei problemi etici che potrà sollevare, già dimostra i suoi pessimi effetti: distruzione senza creazione di lavoro. Per evitare un nuovo luddismo che ci riporti indietro, le parole del Papa vanno prese sul serio mettendo al centro dell’interesse generale la tenuta della società e la diminuzione delle diseguaglianze. Altrimenti dopo le rivolte sarà la guerra dei sovranismi contrapposti.

Fonte: https://formiche.net/2019/10/libano-cile-geopolitica-rivolte-giro/?fbclid=IwAR0trMaQjwrIMakwOPIYkXbOiZwDtxG5zbh9b-UQ6O2p97OhJ6NMMyNVhiE

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