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Dopo la “strage degli innocenti”, la sfida di portare le cure a casa degli anziani

16 Giugno 2020 Martina Fabiani Nessun commento RASSEGNA STAMPA

Di Roberta Pumpo su RomaSette.it

La mozione presentata da Paolo Ciani, capogruppo Demos. La legge sull’infermiere di famiglia e di comunità. L’assessore regionale alla Sanità D’Amato: «Siamo in debito con i nostri anziani». Uneba: nelle strutture residenziali chiuse migliaia di posti di lavoro a rischio

La “strage degli innocenti”. È stata così ribattezzata l’ecatombe che si è verificata con la pandemia di Covid-19 nelle rsa, acronimo di residenze sanitarie assistenziali. Oltre 10mila gli over 70 morti dall’inizio dell’emergenza sanitaria nelle strutture assistenziali, il 40% per coronavirus. Alla luce di quanto accaduto Paolo Ciani, capogruppo Demos (Democrazia Solidale) alla Regione Lazio e vicepresidente della Commissione Sanità, ha presentato una mozione che mira alla cura domiciliare per superare i modelli di istituzionalizzazione incentrati sulle rsa. L’obiettivo è quello di portare le cure a casa degli anziani e incentivare soluzioni abitative alternative, «più piccole e più umane», come il cohousing, i condomini protetti, le case famiglia, che azzererebbero il senso di vuoto e la sofferenza per l’isolamento e l’abbandono patito dagli over 70. Il consigliere regionale ha inoltre già presentato una legge sull’infermiere di famiglia e di comunità per incrementare i servizi di assistenza territoriale e una sull’invecchiamento attivo.

La mozione è stata approvata all’unanimità, per questo Ciani garantisce che trasformerà la stessa in proposta di legge. «Le leggi hanno iter e tempi da rispettare – spiega -. Il fatto che si sia sviluppata una riflessione in aula, che ci sia stato un voto unanime e la sottoscrizione da parte di altre forze politiche dimostra che c’è volontà di andare in questa direzione. Chiederò all’assessore D’Amato e al presidente Zingaretti di iniziare ad avviare delle sperimentazioni già da adesso nel sistema sanitario del Lazio che vadano nella direzione auspicata dalla mozione». Per quel che riguarda l’infermiere di famiglia e di comunità, già sperimentato in alcuni Comuni italiani, Ciani ritiene che potrebbe essere una figura «centrale per la prevenzione e la gestione delle situazioni di cronicità».

Puntare l’attenzione sull’assistenza domiciliare è anche l’obiettivo dell’assessore regionale alla Sanità Alessio D’Amato, per il quale è importante «rimettere al centro la persona anche grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie, ripensando completamente gli ambienti e i servizi». Per tutelare gli anziani e offrire loro personale dedicato, nei giorni scorsi sono state aperte le prime due rsa pubbliche a Genzano e a Albano e la prossima sarà attivata a Zagarolo. Nel post Covid-19 «l’assistenza dovrà essere completamente rivista, nulla dovrà essere più come prima – prosegue l’assessore -. Siamo in debito con i nostri anziani». L’emergenza sanitaria «ha drammaticamente dimostrato l’inadeguatezza dell’intero sistema di assistenza a livello nazionale – conclude -. Nel Lazio stiamo iniziando una discussione per rivedere a 360° la presa in carico dei pazienti. Si è già insediato il think-tank con l’obiettivo di stringere un nuovo patto generazionale al quale stanno partecipando attivamente esponenti del mondo scientifico, della sanità, del mondo religioso e della comunicazione».

Intanto l’associazione Codici, Centro per i diritti del cittadino, sta raccogliendo segnalazioni da parte di parenti che hanno perso un congiunto per coronavirus nelle rsa o nelle strutture per anziani. «Dai dati che abbiamo raccolto si evince una fortissima impreparazione nella gestione di una situazione emergenziale – afferma Ivano Giacomelli, segretario nazionale Codici -. Molte persone hanno saputo che i propri familiari avevano il coronavirus il giorno prima o il giorno stesso del decesso». Dopo aver presentato esposti in Procura Codici chiama in causa le Asl di competenza delle rsa Bellosguardo di Civitavecchia e San Raffaele di Rocca di Papa. «Vogliamo una relazione su quanto è stato fatto all’interno delle strutture dove si sono verificati contagi e decessi per Covid-19», conclude.

Da Uneba – Unione nazionale istituzioni e iniziative di assistenza sociale – arriva invece l’appello al governo per un sostegno alle strutture residenziali che potrebbero licenziare personale. «Non eravamo pronti a fronteggiare la situazione con un livello di protezione così elevato e sono state sostenute spese importanti per i dispositivi di sicurezza», dice il presidente di Uneba Lazio Alessandro Baccelli, precisando che si tratta di strutture no profit ispirate da principi cristiani e gestite, per la maggior parte, da religiosi. Molte delle 50 strutture associate Uneba nel Lazio – tra accoglienza per anziani, minori, case famiglie, persone con disabilità o con disagi sociali – sono rimaste chiusi perché semiresidenziali o centri diurni. «Chiediamo certezze per il futuro dei nostri operatori che nell’emergenza hanno svolto un lavoro egregio mantenendo livelli alti di attenzione e di sorveglianza sanitaria – conclude -. Si tratta di migliaia di posti di lavoro che ora sono a rischio».

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