Elezioni regionali Marche 2020: i punti programmatici di DEMOS

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6 Settembre 2020


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Come molti di voi sapranno il 20 ed il 21 settembre 2020 siamo chiamati a votare per il rinnovo del Consiglio regionale delle Marche. DEMOS ha deciso di partecipare a questa tornata elettorale con un simbolo composito insieme ad Italia Viva, Psi e Civici per le Marche.

DEMOS, che partecipa con suoi candidati, ha voluto mettere insieme alcune idee e stilare un programma che riassume i nostri punti programmati prioritari. Di seguito ne troverete un breve riassunto mentre in calce alcuni approfondimenti sui temi a noi più cari tra cui Sanità ed Anziani.

1. Sanità

Il COVID-19 ha messo in luce la dicotomia tra territorio e ospedale. Occorre una maggiore attenzione all’ Educazione Sanitaria e alla Medicina di Comunità, in una migliore definizione dei ruoli dei distretti territoriali, come ambito di collegamento tra le varie figure professionali e coinvolgendo i professionisti a vario livello nella costruzione di reti e percorsi diagnostico-terapeutici, anche attraverso la telemedicina. Vogliamo ridurre le file al Pronto Soccorso con una maggiore flessibilità di orario di visita dei Medici di Famiglia, e ridurre le attese per le visite e gli esami specialistici attraverso prevenzione e filtro delle reali necessità sul territorio. La razionalizzazione della rete ospedaliera con l’obiettivo di garantire la sicurezza dell’assistenza deve tener conto del territorio specialmente nell’entroterra con una rete di punti di salute vicino al cittadino e dell’emergenza-urgenza con un sistema di trasporto strutturato con protocolli condivisi. Occorre migliorare il governo del rapporto del pubblico con i privati, garantendo a tutti cure essenziali e di qualità.

2. Politiche sociali 

Famiglia. Dare rilievo al welfare della famiglia in qualsiasi sua forma perché il benessere sociale costituisce il tessuto attraverso cui una società si connette e cresce. Aiuti concreti per le mense scolastiche, il trasporto e gli asili, inclusi gli orari dalle 7,30 fino alle 18 con convenzioni con oratori e centri ricreativi per permettere alle mamme di lavorare.

Pari opportunità. Il gender per Demos si riferisce alle pari opportunità tra uomo e donna nella voitra della nostra comunità, complementari nello sviluppo della società.

Adolescenza. Creare spazi di aggregazione per gli adolescenti, che non sanno dove andare, randagi, vittima di droghe, fumo e alcool. Una scuola più a misura dei ragazzi e delle loro aspirazioni che non di programmi preconfezionati. Che si interessi a loro e alla loro indole. Che comunichi con i genitori e i ragazzi in un patto formativo. Pratica e vicina al territorio per sfornare figure utili alle imprese e allo sviluppo della nostra realtà. Favorire la rinascita dell’entroterra terremotato anche attraverso la scuola. Favorire l’apprendimento di mestieri. 

Anziani. Senza anziani non c’è futuro, è l’appello post Covid-19, fatto proprio da Demos. Vogliamo migliorare l’assistenza  per le cronicità e la continuità terapeutica, potenziando la risposta territoriale, sia a livello domiciliare che residenziale, promuovendo l’integrazione ospedale-territorio, e privilegiando l’assistenza domiciliare per gli anziani con aiuti alle famiglie, rispetto alle RSA.

Terzo Settore. Un ufficio per fare rete con le associazioni per la cittadinanza attiva e per rinforzare la comunicazione sui bandi e le attività. Sostenere la casa delle associazioni in tutti i Comuni o almeno quelli più grandi.

Inclusione Sociale. Vicini agli ultimi, al portatore di handicap, agli anziani, a chi vive una crisi economica e di affetti. Favorire buone pratiche di accoglienza come i corridoi umanitari. Sul territorio lavorare con le piccole associazione che seguono la persona in tutto il suo percorso d’integrazione. Un percorso diverso invece va fatto con ì rifugiati. Lavorare sull’integrazione, a partire dalla nostra identità, siamo capaci di accogliere e la nostra società si arricchisce di nuove culture, di forza lavoro e di iniziative imprenditoriali. “Periferie al centro”. La povertà aumenta l’insicurezza, il concetto di vicinato fa recuperare comunità. Lotta alla povertà solidarietà, politiche di integrazione e sostegno al lavoro. 

Handicap. Problemi regionali legati alla disabilità sono ancora quelli legati alle barriere architettoniche che quelle legate alla gestione sia di bambini che anziani portatori di handicap, al contributo per acquisto ausili ancora troppo basso e non aumentato da molti anni e soprattutto adesso il problema dei cateteri per l’autocateterismo, che sembra si voglia mettere all’asta prendendo quelli più economici e non permettendo più alla persona di scegliere quello più idoneo alla sua situazione. Se ciò accadesse i costi aggiuntivi per prendere quelli giusti sarebbero alti per il richiedente. 

3. Ambiente, agricoltura e turismo

La cultura dello scarto e della mancanza di rispetto per la vita produce un impatto ambientale e conseguenze sociali evidenti. L’ adattamento dell’uomo ai cambiamenti passa per la riduzione dei rifiuti favorendo i centri per il riuso, intensificando i controlli sui depuratori per un mare pulito (ricchezza per la pesca e il turismo), investendo sulle energie rinnovabili e sullo smaltimento dei rifiuti differenziati con incentivi economici alle imprese  e aumentando la decisionalità locale; programmare l’abbandono della plastica e la riduzione progressiva di sostanze nocive in agricoltura, anche con il ritorno dei giovani in questo settore e investimenti sull’innovazione; migliorando la viabilità attraverso il trasporto ecosostenibile e l’accesso alle città di mare senza invaderle di auto.

4. Ripresa economica

Rivitalizzazione della Internazionalizzazione per le PMI nonché della Macroregione Adriatico Ionica (Centralità della Regione Marche nella strategia della Macro Regione Adriatico Ionica,  EUSAIR) e della Cooperazione Internazionale Decentrata come opportunità di creazione di joint-ventures.

Fondi Europei. Più informazione sui fondi europei disponibili e sostegno nella redazione e gestione dei bandi per le PMI che debbono usufruirne come le grandi imprese e i piccoli Comuni che vanno idirizzati in aree per poter partecipare ai bandi. Vogliamo promuovere attraverso l’integrazione tra Fondi indiretti e diretti e la valorizzazione delle Associazioni e del Volontariato il finanziamento di:

– Sviluppo, digitalizzazione e innovazione delle PMI  – incremento delle competenze
– Messa in sicurezza delle aste fluviali, difesa della costa, attività di prevenzione
– Energie rinnovabili, reti/sistemi di distribuzione, economie circolari, biodiversità
– Aree Urbane – sviluppo sociale, economico ed ambientale, inclusione  e contrasto alle povertà
– Aree Interne – valorizzazione e sviluppo economico e sociale
– Efficienza della sanità pubblica, prevenzione e contrasto alle dipendenze
– Modernizzazione delle istituzioni e dei servizi del mercato del lavoro, sostegno alla creazione di imprese sociali

Ricostruzione. Nel nostro entroterra devastato dal terremoto del 2016, vogliamo ricostruire le comunità oltre le case, le relazioni oltre che il tessuto socio-economico. Lo snellimento delle pratiche sono un mezzo per accelerare la ricostruzione.

Giovani e lavoro. Vogliamo sostenere l’ imprenditoria, le start up di giovani e all’imprenditoria femminile. Crediamo necessario un piano per il rilancio della scuola e dell’offerta formativa, accordi con le Università al fine di costituire dei corsi dedicati che rispondano ai requisiti richiesti dalle aziende.

5. Infrastrutture e viabilità

Le infrastrutture, intese come reti dei trasporti, è un antico problema della nostra regione che riguarda l’intero territorio anche se, nel corso degli anni, è stato in parte meglio affrontato e risolto limitatamente alla porzione nord del territorio regionale. Per tipica conformazione del territorio regionale, costituito da fascia costiera, fascia pedecollinare, pianure vallive di penetrazione, la questione delle infrastrutture dei trasporti si identifica in due aspetti: il corridoio adriatico e i collegamenti vallivi con l’entroterra di cui vogliamo l’efficiuentamento. Vogliamo inoltre che lo scalo aereo di Falconara sia ulteriormente ristrutturato e rilanciato.

APPROFONDIMENTO SU ANZIANI

CAREGIVER FAMILIARI: FORMAZIONE, AIUTI ECONOMICI E TUTELE PER CHI SI OCCUPA DEI FAMILIARI NON AUTOSUFFICIENTI

Dare un sostegno concreto alle famiglie che fino ad oggi hanno affrontano da sole disabilità e malattie. È quanto si propone il capogruppo DEMOS alla Regione Lazio, Paolo Ciani, che ha depositato una proposta di legge regionale per riconoscere la figura dei Caregiver Familiari. L’obiettivo è di garantire contributi economici, formazione, orientamento e diverse forme di aiuto fra cui periodi di riposo e ferie.

“Nel nostro Paese sono tante le persone non autosufficienti, anziani e disabili, lo Stato non riesce ad offrire a tutti servizi adeguati e sono le famiglie a fare fronte a tali carenze con un impegno personale e generoso. Le istituzioni ne prendano atto e sostengano concretamente quanti si dedicano interamente o part time alla cura dei propri familiari non autosufficienti” dichiara Ciani.

Il Caregiver Familiare è chi si prende cura – al di fuori di un contesto professionale e a titolo gratuito – di un familiare che ha bisogno di assistenza a lungo termine, perché affetto da una malattia cronica, disabilità e altre condizioni di non autosufficienza. Secondo un’indagine di ISTAT relativa al 2015 sono oltre due milioni i caregiver familiari in Italia che dichiarano un impegno assistenziale oltre le 20 ore settimanali. Si tratta prevalentemente di donne (74%), di cui il 31% di età inferiore a 45 anni, il 38% di età compresa tra 46 e 60, il 18% tra 61 e 70 e ben il 13% oltre i 70. Sono soggetti diversi dalle figure professionali con regolari contratti di lavoro e svolgono un ruolo decisivo a supporto di un welfare in cui la famiglia svolge una funzione cruciale.

Paolo Ciani, che è anche vicepresidente della Commissione Sanità e Politiche sociali, propone che la figura del caregiver familiare sia riconosciuta e sostenuta dalle istituzioni. È previsto che la Regione, in particolare, promuova forme di sostegno economico dirette al caregiver familiare, favorisca accordi con le compagnie assicurative per la copertura degli infortuni e della responsabilità civile, promuova accordi con le associazioni datoriali per conciliare la vita lavorativa con le esigenze di cura. I Comuni e le ASL assicureranno al caregiver familiare che ne farà richiesta l’informazione e l’affiancamento nell’accesso ai servizi necessari ai fini assistenziali, una formazione specializzata finalizzata (laddove necessaria e richiesta), supporto per evitare il rischio di burnout, il sollievo di emergenza e di tipo programmato anche in maniera ricorrente (ferie, riposo). Spesso le famiglie si trovano davanti a difficili situazioni burocratiche, rimpalli di responsabilità, soggetti pubblici che non dialogano fra loro. La proposta di Demos prevede che i servizi sociali e sanitari forniscano al caregiver familiare un’informazione esauriente sulle problematiche di cui soffre la persona assistita e le risorse operanti sul territorio, per migliorare la qualità dell’assistenza.

“La pandemia di Covid-19 e il lockdown hanno avuto effetti particolarmente pesanti sulle famiglie dove sono presenti condizioni di fragilità con assistenza a carico del caregiver familiare. La nostra proposta – che nasce da un dialogo costante con le famiglie, pilastro fondamentale della nostra società – è un passo verso modelli di cura delle persone fragili più umani e sostenibili, attraverso un aiuto concreto a quanti se ne prendono cura” conclude Ciani.

INFERMIERE DI FAMIGLIA

 “L’emergenza Covid-19 ci ha reso ancora più consapevoli del ruolo e dell’importanza della figura professionale dell’infermiere. A tutti loro oggi, Giornata Mondiale dell’infermiere, va il nostro ringraziamento”. Così in una nota Paolo Ciani, coordinatore nazionale di Demos e primo firmatario della legge per l’infermiere di famiglia e comunità presso la Regione Lazio.

“Il Coronavirus, peraltro, ha reso ancora più urgente l’istituzione dell’Infermiere di Famiglia e di Comunità per rafforzare i servizi di assistenza territoriale – aggiunge – Una figura che potrebbe essere centrale per la prevenzione e la gestione delle situazioni di cronicità, già sperimentata con successo in alcune regioni e comuni d`Italia. L’infermiere di famiglia e di comunità entra nelle case delle persone – spiega ancora Ciani – contrasta le disuguaglianze soprattutto nelle aree più periferiche e garantisce un’assistenza territoriale accessibile soprattutto a una popolazione che invecchia e presenta sempre più cronicità e disabilità, con la necessità di soddisfare bisogni di assistenza complessi che gran parte delle famiglie non può affrontare da sola, come emerso con tutta la sua drammaticità durante questa pandemia.

Riconoscere ovunque nei sistemi sanitari delle Regioni italiane la figura dell’infermiere di famiglia e comunità, oltre a migliorare inefficienza e umanità l’assistenza, sarebbe il miglior modo per festeggiare questo giorno e quest’anno. In cui peraltro si celebra una tripla ricorrenza: la Giornata Mondiale dell’infermiere, quest’anno dedicata anche ai 200 anni dalla nascita di Florence Nightingale, fondatrice dell’infermieristica moderna, all’interno dell’Anno dell’infermiere, il 2020, proclamato dall’OMS”.

RSA E CASE DI CURA

L’epidemia di coronavirus ha squarciato una realtà di sofferenza e isolamento, per lo più misconosciuta, di cui non si parla o rispetto alla quale si prova vergogna: le residenze per anziani non più autosufficienti. Il numero di contagi e di morti all’interno delle Rsa e delle case di cura ha scoperchiato una realtà sempre lontano dai riflettori, facendo aprire una riflessione su come cambiare il modello fino a qui adottato e le regole e i controlli a cui sono sottoposti i privati che gestiscono queste strutture con soldi pubblici.

Ora in aula alla Regione Lazio arriva una mozione per chiudere questo tipo di strutture, cambiando radicalmente il modello di cura dei nostri anziani. “Se abbiamo chiuso i manicomi e gli orfanotrofi possiamo farle anche con questo tipo di case di riposo”, spiega Paolo Ciani di Democrazia Solidale.

Il consigliere regionale parla di “istituzionalizzazione”, paragonando a luoghi che evocano solo l’immagine di sofferenza e abbandono, indicando la strada di Franco Basaglia per i manicomi: aprire le porte di questi luoghi, far tornare nella normalità della vita collettiva uomini e donne separate dal mondo.

“È emerso chiaramente che le attuali strutture, pensate per offrire una vita protetta a persone fragili, si sono rivelate contesti che hanno favorito la diffusione dell’epidemia tra le persone da proteggere come pure tra il personale dedicato alla loro assistenza. 

Nel nostro Paese nel tempo si è riflettuto e dibattuto molto sulla possibilità di superare modelli di istituzionalizzazione che apparivano assolutamente conformi e adatti alle persone per cui erano stati pensati, e in base a tali dibattiti si è arrivato alla chiusura dei manicomi e degli orfanotrofi, e alla nascita di nuove modalità di accoglienza per le persone che vi abitavano”.

Un approccio diverso verso la sofferenza e l’ultima fase di vita delle persone anziane, apre però il problema di un intervento da parte delle istituzioni e del legislatore, per stabilire strumenti nuovi e soprattutto finanziarli, così da essere in grado di garantire la cura senza privarli degli affetti. “Le possibilità sono molteplici – aggiunge – basta che ci sia la volontà politica. Dobbiamo spingere verso la domiciliarità, con housing sociale pubblico o privato, residenzialità leggera, condomini protetti, case famiglia, microaree. Un approccio più umano per gli anziani e le famiglie interessate e più sostenibili dal punto di vista economico per le amministrazioni pubbliche”.

Le case di cura potrebbero smettere così di fagocitare vite che devono ancora essere vissute. “Il modello attuale si concentra infatti esclusivamente sulle persone con grave compromissione dell’autosufficienza e non tiene conto dei molteplici aspetti della domanda di assistenza così come viene espressa anche da soggetti a rischio di perdere l’autosufficienza”, si legge nel dispositivo che propone di adottare nuovi strumenti di residenzialità e che sottolinea così un aspetto importante.

In queste strutture finiscono anche uomini e donne che potrebbero benissimo vivere in situazioni assistite ma non medicalizzate, vicino ai loro cari, in casa propria o in casa con altri anziani.

La delibera, che sarà votata e discussa in consiglio regionale, è un primo passo per aprire la strada a una discussione che dovrà vedere coinvolti evidentemente gli operatori del settore, le istituzioni locali e le istituzioni sanitarie. Ma da qualche parte bisogna sempre cominciare.

APPROFONDIMENTO SU SANITA’
La Sanità non è solo Ospedale e la Salute non è solo Sanità

Nel corso degli anni con i vari piani sanitari, a causa di tagli e per la mancanza di un coinvolgimento vero degli operatori sanitari, la sanità pubblica non risponde più alle esigenze dei cittadini, tra lunghe file per visite mediche, mancanza di pianificazione, soprattutto per le emergenze, per un ruolo sempre più oneroroso e allo stesso tempo marginalizzato dei medici di famiglia e quindi limitata integrazione tra ospedale e territorio. Nel frattempo mentre a livello globale (SDG 3: Salute e Benessere) si parla di Universal Health Coverage, a livello locale il privato, che da una parte può apportare un valido contributo nell’ottica della copertura universale, sta prendendo il sopravvento sulla sanità statale che fa difficoltà a governare la sanità nel suo insieme, mentre invece dovrebbe garantire cure di qualità per tutti, proprio per il principio di equità.

In questa situazione, dopo una lettura attenta dei dati e della realtà marchigiana, Demos Marche propone di ricentrare una sanità per tutti attarverso i seguenti punti:

– Mettere al centro la persona nella sua globalità e i bisogni reali; prevenire, oltre che curare. 

– Coinvolgere gli stakeholders, le società scientifiche e i cittadini.

– E’ cambiata la situazione demografica, con aumento della popolazione anziana e decremento della natalità, con netta prevalenza di malattie croniche. In ambito pediatrico, a fronte della denatalità, aumenta il tasso di nati pretermine o di basso peso o affetti da malformazioni, e aumenta la sopravvivenza di bambini con problematiche croniche. Fondamentale qorganizzare l’assistenza garantendo la sicurezza e la qualità delle cure ospedaliere, la riabilitazione precoce e la presa in carico sul territorio.

– Razionalizzazione della rete ospedaliera, recependo quelle che sono le direttive del decreto Balduzzi 70/2015, con l’obiettivo di garantire la sicurezza dell’assistenza. La riduzione del numero dei reparti, mediante gli accorpamenti, è un percorso delicato da affrontare, ma possibile e necessario per migliorare la sicurezza del percorso di cura (le competenze sono proporzionali al volume della casistica trattata), le condizioni di lavoro del personale e l’utilizzo proficuo delle risorse. Il personale sanitario è nella stragrande maggioranza favorevole. I cittadini sono pronti, molti fanno già il percorso di andare più lontano da casa se la qualità della cura è migliore, anche se va studiato meglio il ruolo degli Ospedali di Comunità. Moltissimi altri cittadini lo potrebbero capire se politici e medici si confrontassero con loro per spiegare e trovare insieme i servizi compensatori (ad esempio mettendo in campo energie per il trasporto andata e ritorno verso l’ospedale o migliorando la viabilità). Accorpamenti in rete con HUB e SPOKE (ANNEX A)

– Rete dell’emergenza-urgenza: definire un sistema di trasporto strutturato con protocolli condivisi (ancora da costruire in ambito pediatrico, migliorare STAM e STEN: sistema di trasporto materno assistito (STAM) e sistema in emergenza del neonato(STEN))

– Ospedale per intensità di cura, concepito per l’acuzie (quando c’è un territorio che funziona): esplicitare gli strumenti di valutazione, i criteri di allocazione dei pazienti nei diversi setting assistenziali disponibili nell’Ospedale organizzato per intensità di cure.

– Assistenza  per le cronicità e continuità terapeutica, potenziando la risposta territoriale, sia a livello domiciliare che residenziale, promuovendo l’integrazione ospedale-territorio, e privilegiando l’assistenza domiciliare per gli anziani con aiuti alle famiglie, rispetto alle RSA

– Implementare la riabilitazione sul territorio, ormai solo a appannaggio del privato, tenendo conto della crescita delle problematiche di salute mentale, aumento dei problemi psichiatrici nell’età evolutiva, dipendenze patologiche e disabilità

– Migliorare il governo del rapporto con i privati, che ad ora è insufficiente

– Cure palliative (per adulti e bambini) preferibilmente a domicilio, valorizzando figure professionali come l’infermiere di comunità, nell’ottica di incrementare sempre più la riforma delle cure primarie (decreto Balduzzi 158/2012)

– Delineare e rispettare il ruolo dei distretti territoriali, come ambito di collegamento tra le varie figure professionali e coinvolgendo i professionisti a vario livello nella costruzione di reti e percorsi diagnostico-terapeutici

– Rafforzare o creare, laddove non esista, la telemedicina

– Adeguamento dei LEA: per questo occorrono formazione e personale

– Arginare la mobilità passiva: l’eccellenza possiamo averla anche nelle Marche. Occorre ripartire dalla meritocrazia, da Direttori di Struttura e Direttori Generali umili e competenti, scelti non solo sulla base dell’Impact Factor, ma sulla base della competenza clinica e gestionale dimostrata sul campo.

– Risorse: la drastica riduzione delle risorse implica una oculata allocazione dei fondi disponibili, ma non si può prescindere dal fatto che il primo investimento vada fatto sul personale, sia i  termini di adeguamento degli organici, sia in termini di qualificazione.

– Formazione: dobbiamo investire nella formazione dei professionisti, creando anche un collegamento più organico con le Università e con le società scientifiche (legge Gelli),  dando spazio ad un confronto con gli esperti sull’innovazione nei vari settori della medicina.

– Prevenzione: campagne di informazione, screening, collegamento con le scuole, potenziamento dei consultori, informazione vaccinale, tutela di salute e sicurezza sul lavoro. (centro di Medicina di Comunità)

– Sostenibilità: far fronte alla nuova epoca farmacologica che vedrà sempre di più protagonisti i farmaci basati sull’ingegnerizzazione delle cellule del paziente: da una parte offrono nuove opportunità ma dall’altra sono caratterizzati da costi molto elevati, che quindi richiedono di rivedere i metodi di pagamento e di rimborso da parte del SSR (vedi risultati del banco farmaceutico).

– Trasparenza nell’informazione dei cittadini sulle offerte di cura a livello regionale e dei singoli ospedali.

– Monitoraggio del livello di soddisfazione dell’utenza e del livello di umanizzazione delle cure, con sistemi di premio o penalizzazione per le strutture sanitarie, in base agli esiti.

– Ridurre le file al Pronto Soccorso con maggiore disponibilità e flessibilità di orario di visita dei Medici di Famiglia

– Ridurre le attese per le visite e gli esami specialistici attraverso prevenzione e filtro delle reali necessità sul territorio

– Il COVID-19 ha messo in luce la dicotomia tra territorio e ospedale. Occorre una maggiore attenzione all’ Educazione Sanitaria anche con un Centro di Medicina di Comunità (3 D Diagnosi, dati, dispositivi e 3 T Test Trace and Treat). Occorre chiudere il Fiera-Covid e trasferire le TI nelle strutture esistenti, ampliandole (Sostenibilità).

Per Demos Marche                                                              

D.ssa Emanuela Lanfranchi MD

D.ssa Barbara Perrone MD

D.ssa natalia Conestà MPH

ANNEX A

Per raggiungere questi obiettivi la rete ospedaliera regionale deve essere riorganizzata secondo due modelli complementari, le reti cliniche integrate, le aree di attività di livello regionale (secondo il modello Hub & Spoke).

Le reti cliniche integrate (reti integrate di servizi)

Si tratta dell’organizzazione dei servizi presenti negli ospedali di tutte le Aziende sanitarie che, attraverso l’integrazione con i servizi distrettuali e di sanità pubblica, assicura ai cittadini il livello primario dell’assistenza in un determinato territorio, di norma provinciale (autosufficienza territoriale). La logica dell’autosufficienza prevede che, all’interno della rete dei servizi, siano garantite a tutti i cittadini, in condizioni di equità, le prestazioni necessarie ai loro bisogni assistenziali, e che le modalità secondo le quali queste funzioni sono garantite tengano conto del fatto che, quando è possibile, siano gli operatori sanitari ad andare verso il cittadino e non viceversa.

Le aree di attività di livello regionale (secondo il modello Hub & Spoke)

Il modello Hub & Spoke (letteralmente: mozzo e raggi)  parte dal presupposto che per determinate situazioni e complessità di malattia siano necessarie competenze rare e costose che non possono essere assicurate in modo diffuso ma devono invece essere concentrate in Centri regionali di alta specializzazione a cui vengono inviati gli ammalati dagli ospedali del territorio ( “servizi ospedalieri periferici”). Il modello prevede, pertanto, la concentrazione dell’assistenza di maggiore complessità in “centri di eccellenza” (hub) e l’organizzazione dell’invio a questi “hub” da parte dei centri periferici dei malati che superano la soglia dei complessità degli interventi effettuabili a livello periferico.

LE NOSTRE CANDIDATE

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