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I DIRITTI NON SI SORTEGGIANO: LE RAGIONI DEL NOSTRO NO

11 Marzo 2026 Redazione Nessun commento NEWS, PRIMO PIANO, RASSEGNA STAMPA DEMOS, POLITICA NAZIONALE

Presentata come una ā€œriforma di garanziaā€ per tutti, la modifica della Costituzione che ha per oggetto la magistratura ĆØ in realtĆ  una riforma che ci riporta a una visione del mondo che credevamo superata con l’entrata in vigore della Costituzione. La giustizia ĆØ un bene comune, ma la riforma scritta dal Governo ĆØ stata ā€œblindataā€ e approvata dal Parlamento senza dibattito e senza poter essere emendata.

La riforma si inserisce in un momento storico preciso in cui le politiche che si vanno consolidando si muovono in tre direzioni: concentrare il potere politico ed economico nelle mani di chi governa; frammentare la societƠ in tante corporazioni in competizione fra loro e stabilizzare le disuguaglianze invece di superarle; dividere e indebolire i poteri di controllo. In sostanza, attribuire alla maggioranza di governo quegli spazi di supremazia che la Costituzione voleva condivisi e bilanciati secondo i principi democratici basati sulla separazione dei poteri. Non si possono comprendere il senso della riforma della magistratura e le sue conseguenze senza guardare al progetto di premierato di stampo populista, che svuota ulteriormente il ruolo del Parlamento e marginalizza il Capo dello Stato; al progetto di autonomia differenziata, che accentua le diseguaglianze e la frammentazione politica e sociale; nonchƩ alle politiche di sicurezza, che dividono il Paese e le istituzioni, schiacciando il bisogno di sicurezza solo sulla repressione e da ultimo alla legge elettorale che dovrebbe prevedere un importante premio di maggioranza con tutte le conseguenze che questo sistema comporta.

Intervenire sugli articoli della Costituzione che riguardano la magistratura non ĆØ questione limitata al processo penale o alle carriere dei magistrati, ma cambia la sostanza dell’intera Costituzione e avrĆ  ricadute sull’intero equilibrio del nostro sistema. La lentezza dei processi o i cosƬ detti errori giudiziari sono utilizzati come specchietti per le allodole e la riforma non avrĆ  alcun impatto su questi problemi, che hanno altre cause e altre soluzioni. Il progetto reale ĆØ quello di far sentire i magistrati più soli e più deboli: non a caso la propaganda in corso li descrive come un problema per il Paese e li contrappone alle forze di polizia, le vittime, gli scontenti: ancora una volta, dividere per governare.

Il voto che siamo chiamati a dare ĆØ solo una parte delle questioni decisive per la democrazia che dovremo affrontare nel prossimo futuro. E questo tanto nel caso che ciascuno decida di far sentire la propria voce quanto nel caso decidesse di non partecipare al dibattito e al voto e di subire le scelte degli altri. Guardare alla riforma ā€œdal bassoā€, misurandola con i bisogni reali delle persone ĆØ l’unica via per avere uno sguardo reale e realistico sul futuro.

ƈ pacifico che la riforma non ha alcun riferimento ai mali della giustizia come servizio, non snellisce i processi; non ammoderna l’amministrazione giudiziaria; non si occupa di mezzi o di personale, ma ha come obiettivo la modifica dei rapporti fra poteri dello Stato. Essa incrina le basi dello stato di diritto per come disegnato dalla Costituzione repubblicana, attraverso un equilibrio che chiede insieme leale collaborazione e indipendenza. Il che impatta direttamente sui livelli di democrazia reale del Paese. Chi intende mettere mano alla Costituzione dovrebbe avere uno sguardo attento al passato e alle ragioni delle scelte che i nostri costituenti fecero. Studiare la storia non ĆØ nostalgia, ma consapevolezza che aiuta a fare bene, a fare meglio.Ebbene, la riforma incide radicalmente sia sul CSM in quanto tale sia sulle sue competenze disciplinari, che gli vengono sottratte, cosƬ mutando il quadro complessivo e snaturando gli equilibri costituzionali.

A questo si aggiunge la scelta che affida al sorteggio la nomina dei magistrati che compongono i due consigli superiori e l’Alta corte disciplinare. Una scelta che rovescia la logica dei nostri costituenti: l’elezione dei componenti del CSM faceva parte essenziale del passaggio dal fascismo alla democrazia e della volontĆ  di attribuire ai magistrati la responsabilitĆ  di valutare, di scegliere e di valutarsi, perchĆ© la rappresentativitĆ  ĆØ un valore che non appartiene solo alla classe politica e al Parlamento ma deve diffondersi in tutti gli snodi della vita politica e istituzionale del paese (immaginate un Consiglio comunale sorteggiato!).

Il primo passo ĆØ dunque quello di disarticolare il CSM quale organo di garanzia dell’intera magistratura. Memori dell’esperienza del periodo fascista, i costituenti del 1947 vollero fortemente sottrarre il pubblico ministero dalla dipendenza del Ministro della giustizia e ā€œunificarloā€ ai giudici, con garanzie simili di non interferenza; e vollero un unico CSM proprio per evitare che la separazione delle due funzioni e delle due carriere comportasse una separazione culturale, etica e di azione. L’unico CSM, elettivo, con partecipazione di membri laici e presieduto dal Capo dello Stato fu la risposta alla debolezza istituzionale che aveva marcato la magistratura nel periodo albertino e in quello fascista. Spaccare in CSM in due e aggiungere un terzo organismo costituzionale, l’Alta Corte disciplinare, ĆØ una via del tutto in linea con la politica di questa maggioranza: concentrare il potere politico e frammentare tutti gli altri poteri e organismi, rendendo cosƬ questi ultimi più deboli e potenzialmente in conflitto o in disaccordo fra loro.

Tale soluzione è in linea con la creazione di una radicale divisione fra PM e giudici, non solo funzionale (già oggi, dopo la legge Cartabia, i passaggi tra le due funzioni ammontano allo 0,31%, cioè niente) ma istituzionale e culturale, dunque più profonda. Ma sono soprattutto i numeri complessivi delle sentenze a dirci che le richieste di processo avanzate dal Pubblico ministero si concludono con sentenze di assoluzione o di non doversi procedere in percentuali fra il 40 e il 50% dei casi, dati che smentiscono in radice la sudditanza dei giudici verso i pubblici ministeri che questa riforma dice di voler contrastare.

La nomina per sorteggio ĆØ la seconda mossa. Attualmente i componenti del CSM sono per 2/3 eletti dai magistrati e per 1/3 nominati dal Parlamento in seduta congiunta. La logica della scelta costituzionale era chiara: consentire al CSM di rappresentare tutte le sensibilitĆ  e le culture della magistratura, ma evitare che si creasse una corporazione autoreferenziale e, dunque, la necessitĆ  che 1/3 dei componenti fosse nominata fra ā€œlaiciā€ provenienti dalle professioni giuridiche; consentire nomine rappresentative di tutto l’arco parlamentare e non della sola maggioranza pro tempore. Una magistratura più democratica al proprio interno e più indipendente dalla politica era anche una magistratura che presentava al proprio interno culture e sensibilitĆ  diverse, che si sono condensate in gruppi di opinione portatori di istanze e di scelte non omogenee. Sono nate cosƬ le c.d. ā€œcorrentiā€ tanto criticate quanto espressione di una pluralitĆ . Attenzione però, la riforma prevede un sorteggio asimmetrico. Mentre i magistrati di ogni CSM saranno sorteggiati all’interno della intera platea di giudici (oltre 7.000) e di pubblici ministeri (oltre 2.000), i componenti laici saranno sorteggiati all’interno di una lista di cui non si fissa il numero nĆ© si determinano le caratteristiche, lista che spetterĆ  al ā€œParlamentoā€ (leggasi maggioranza) compilare e che potrĆ  essere formata con l’inclusione di persone ā€œfidateā€ e con numeri cosƬ contenuti da predeterminare di fatto la natura politica della rappresentanza che uscirĆ  dal sorteggio.

Ma, al di lĆ  delle ricadute culturali e istituzionali, quali possono essere le conseguenze del sorteggio sul funzionamento dei due CSM? Non solo potrebbero essere sorteggiati magistrati giovanissimi e inesperti o magistrati provenienti tutti dalle medesime esperienze locali, ma molti magistrati non dedicano tempo ai complessi temi ordinamentali che riguardano le procedure consiliari e le scelte da effettuare; non hanno esperienza di realtĆ  fuori dal proprio distretto, talvolta dal proprio ufficio; non sono abituati a lavorare in contesti collegiali dove si svolge una complessa attivitĆ  di gestione-amministrazione. Molti, per loro stessa ammissione, non pensano di avere le caratteristiche personali per svolgere le attivitĆ  richieste dal Consiglio.

Il risultato? Mentre la componente eletta dal Parlamento sarĆ  compatta nelle posizioni culturali e politiche, avrĆ  il sostegno dei partiti politici di riferimento e, dunque, entrerĆ  in Consiglio con obiettivi precisi, la componente magistratuale risulterĆ  frammentata, priva di riferimenti e disorientata, con la conseguenza che dovrĆ  creare dal nulla le modalitĆ  di lavoro e le prospettive della propria azione a fronte di scelte molto spesso complesse. Se cosƬ fosse, dovremmo concludere che il rapporto 2/3 – 1/3 non sarĆ  più garanzia di indipendenza esterna e che nel complesso ogni CSM sarĆ  più frammentato e diviso, obiettivamente più debole a fronte delle pressioni esterne che, come abbiamo visto giĆ  in questi anni, troveranno attraverso i componenti laici una forte incidenza sul dibattito e sul voto del Consiglio.

L’ultima mossa ĆØ la creazione di un’Alta Corte che sottrae al CSM la competenza del giudizio sulle accuse disciplinari che possono venire avviate tanto dal Procuratore generale presso la Corte di cassazione quanto dal Ministro della Giustizia. L’analisi delle decisioni disciplinari del CSM ci dice che nel periodo gennaio 2023-ottobre 2025 su 194 sentenze, le condanne sono giunte nel 41% dei casi e che in 12 casi il processo si ĆØ chiuso per le dimissioni del magistrato. Prevista come una struttura a composizione mista, sulla scia del CSM, la Corte presenta tre criticitĆ  fondamentali: la composizione non rispetta il rapporto 2/3-1/3 tra magistrati e laici: i numeri sono, rispettivamente, 9 e 6; i componenti eletti dal Parlamento lo sono mediante sorteggio da un elenco, di cui non sono fissati numero e caratteristiche, cosƬ che il risultato ĆØ facilmente condizionabile attraverso una mirata formazione dell’elenco; i magistrati di ogni CSM sono nominati mediante sorteggio, rispettivamente, tra tutti i giudici e tutti i pubblici ministeri che abbiano determinate caratteristiche: abbiano maturato almeno 20 anni di servizio e abbiano svolto o svolgano attualmente funzioni di legittimitĆ  (Corte di cassazione). Tali caratteristiche re-introducono all’interno della magistratura l’importanza della ā€œcarrieraā€, che era stata abbandonata a fine anni ’60 per garantire l’effettiva uguaglianza e pari dignitĆ  di tutti i magistrati. Non solo poi il nuovo testo dell’art.105 prevede che il presidente della Corte sia eletto fra i membri laici, ma, nel rinviare alla legge che fisserĆ  le regole di funzionamento, si limita a dire che essa ā€œassicura che i magistrati giudicanti o requirenti siano rappresentati nel collegioā€. Per di più l’Alta Corte avrĆ  competenza solo per i magistrati ordinari, per i magistrati amministrativi, militari e contabili tutto rimane come prima.

Che si vogliano punire giudici e pm per l’indipendenza manifestata in questi anni? In conclusione, assistiamo a una riforma che per un organismo costituzionale non fissa struttura e regole in maniera precisa, ma ne rimette parte essenziale a legge ordinaria, che potrĆ  essere approvata a colpi di maggioranza e potrĆ  mutare col mutare delle maggioranze parlamentari: soluzione pessima da ogni punto di vista. Questo renderebbe attualissime le parole di Pietro Calamandrei, che in sede di lavori della Costituente, affermò che le competenze del CSM erano necessarie ā€œin modo che i magistrati non abbiano nulla da temere o da sperare dagli uomini di Governoā€.

L’affermazione che l’indipendenza dei magistrati non ĆØ a rischio perchĆ© resta affermata nell’art.104 Costituzione non ĆØ accettabile. Quello di cui si discute non ĆØ l’indipendenza formale, ma quella sostanziale, che richiede istituzioni indipendenti. Anche le costituzioni di Russia, Venezuela, Turchia, Ungheria, per fare degli esempi, non mancano di affermare che la magistratura ĆØ un potere indipendente, ma sfidiamo chiunque a sostenere che i giudici in quei Paesi sono liberi e protetti rispetto alla volontĆ  dei governanti.

Il modo con cui si ĆØ ā€œblindataā€ la riforma lascia presagire poi come sarebbero gestite le norme di attuazione. SarĆ , infatti, il Governo a predisporre le leggi di attuazione della riforma, sottoponendole al Parlamento con tempi e modalitĆ  che possono, ancora una volta, escludere l’opposizione dal dibattito e dalla possibilitĆ  di intervenire sui testi: lo hanno fatto per una modifica della Costituzione, non si vede perchĆ© dovrebbero avere remore ad approvare senza concessioni leggi che ā€œil popolo ha volutoā€. SarĆ , ancora, con legge ordinaria a stabilire le norme in materia disciplinare dei magistrati e sarĆ  possibile, sempre con legge ordinaria, introdurre criteri di prioritĆ  nell’esercizio dell’azione penale.

Abbiamo ascoltato in queste settimane frasi come ā€œCon la riforma non avremo più un caso Garlascoā€, facendo capire che la riforma porrebbe fine alle decisioni ā€œcreativeā€ dei giudici e li riporterebbe all’applicazione rigorosa della legge, come se oggi i giudici la violassero. Niente di tutto questo ĆØ vero, ma la propaganda funziona secondo regole che non rispettano la logica delle cose. Le Corti giudiziarie europee hanno dato ragione ai giudici italiani nel conflitto che la maggioranza di governo ha aperto sui centri di trattenimento in Albania. E il conflitto ĆØ stato creato sebbene il Governo avesse ben presente che le leggi emanate contrastavano con il diritto nazionale ed europeo e non potesse non concluderne che le decisioni dei giudici italiani non erano affatto ā€œcontroā€ il Governo, ma corretta applicazione della legge.

Ciò che conta ĆØ che campagne di stampa attivate nelle forme cui stiamo assistendo, funzionali a presentare come ā€œnecessariaā€ una risposta della politica alle pretese ā€œinvasioni di campoā€ dei magistrati, darebbero al Governo un alibi per intervenire e troverebbero minore o scarsa resistenza in due CSM più deboli e in una Corte disciplinare più sensibile alle istanze esterne, ponendo i magistrati in condizione di solitudine e di maggiore rischio. Nel sistema istituzionale e processuale italiano il giudice non ha potere di azione e può esaminare soltanto i casi in cui il Pubblico ministero avanza una domanda, sia essa di archiviazione o di giudizio. A questo consegue che un pubblico ministero protetto da spazi di indipendenza ridotti finirĆ  per condizionare le possibilitĆ  di decisione del giudice. Si tratta di rischi che non possiamo ignorare perchĆ© toccano problemi reali e che potrebbero assecondare le attuali politiche di divisione e frammentazione: un conflitto strisciante fra pubblici ministeri e giudici rispetto al rapporto fra sicurezza e diritti isolerebbe i giudici e renderebbe la loro posizione più soggetta ad attacchi e ulteriori riforme.

Difficile dire cosa accadrebbe nel medio periodo. Quel che è certo che modifiche legislative dei criteri di valutazione professionale e di responsabilità disciplinare, che la riforma oggi non affronta ma si teme siano logica conseguenza del conflitto aperto contro la magistratura, potrebbero indirizzare i pubblici ministeri verso logiche di prudenza nei confronti di una serie di categorie di persone e di reati, che presentano maggiori complessità in sé oltre a rischi personali e professionali (è stato il Ministro Nordio a dire che per le ipotesi di corruzione sembra eccessivo procedere con intercettazioni di carattere invasivo), riservando logiche di durezza e semplificazione nei confronti di altre categorie di persone e reati.

Ne farebbero inevitabilmente le spese i più deboli, i più esposti, le vittime, cioĆØ proprio quelli che di giustizia effettiva e imparziale hanno bisogno non possedendo gli strumenti che altri possono permettersi. Temiamo che questa riforma porterebbe un cambiamento negativo, una giustizia diseguale e sicuramente non la giustizia in cui crediamo. Per quanto possa sembrare lontana dalla vita dei cittadini, la riforma impatterĆ  ognuno di noi: se un operaio deve fare causa ad una grande impresa, la sua forza e garanzia risiede nell’avere di fronte un magistrato libero e svincolato da qualunque influenza politica e dal potere economico.

Se davvero volessimo produrre un cambiamento positivo, dovremmo partire da qui: investire risorse, modernizzare, assumere personale, ridurre i tempi, sostenere chi ogni giorno manda avanti il sistema ā€œGiustiziaā€ nel suo insieme. Ed ĆØ proprio questo il punto politico: non serve una riforma che metta in discussione l’indipendenza dei magistrati.

Il 22 e 23 marzo al referendum CONTRO la giustizia, VOTA NO.

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