L’intervista a Barbara Funari
L’assessora alle Politiche sociali dopo le tragedie di Centocelle e Pietralata: «Bene investire per far rinascere le città, ma serve fare lo stesso con le persone».
«Quando abbiamo a che fare con episodi e storie così drammatiche, è difficile ricostruire i tasselli che non hanno funzionato come dovevano. Tutti dovremmo fare di più, ma su un punto dobbiamo riflettere: così come siamo abituati a investire in progetti di riqualificazione e di rinascita delle nostre città, dovremmo fare lo stesso con le persone. L’investimento sulla vita non può più essere considerato secondario e intermittente». L’assessora alle Politiche sociali e alla Salute, Barbara Funari, interviene sulle due tragedie che hanno colpito la Capitale nel giro di 48 ore: il 16enne di Centocelle che, in probabile crisi psicotica, ha ucciso la madre a mani nude. Poi, i due genitori di Pietralata che, sopraffatti dalla gestione della figlia gravemente disabile, hanno ucciso la bambina di 5 anni, prima di suicidarsi. Alla base di entrambe le vicende, sottolinea Funari, «c’è un forte disagio personale, che non potremo mai comprendere fino in fondo, ma certamente ci invita ad una riflessione più ampia».
Assessora, siamo davanti a due tragedie che ci obbligano a guardare alle falle del sistema di assistenza.
«Parlando di welfare, il nostro Paese continua a essere in grandissima difficoltà. I Comuni sono la prima porta d’accesso ai servizi alla persona e, per quanto siamo riusciti in questi anni, a Roma, a raddoppiare il numero degli assistenti sociali e quindi a rafforzare le équipe territoriali, non possiamo pensare che, senza risorse economiche aggiuntive, si possano dare risposte adeguate a questo tipo di sofferenze e fragilità».
Il nodo, quindi, resta quello delle risorse?
«Sicuramente. A Roma non mancano le idee, i progetti e anche la concertazione tra le parti. Ma ci manca la gamba portante: i fondi. E soprattutto manca la continuità. Al Comune arrivano investimenti spot e siamo sempre in una situazione emergenziale. Non abbiamo la possibilità di programmare il futuro. Come Amministrazione cerchiamo di compensare, ma non sempre abbiamo la certezza di poter mettere a bilancio ulteriori risorse».
Un esempio?
«Penso agli investimenti del Pnrr per la riqualificazione degli immobili destinati al “Dopo di noi”. Abbiamo chiesto tutte le risorse che Roma poteva ottenere. Ma poi ci troviamo di fronte a un paradosso: spesso è difficile coinvolgere le famiglie, perché un genitore ci pensa due volte prima di aderire a un progetto se non ha la garanzia che quel sostegno possa essere assicurato nel lungo periodo».
In Parlamento si sta lavorando a una legge sui caregiver. Come la valuta?
«La proposta è valida, ma non può restare un principio sulla carta. Per essere concreta e dare risposte alle famiglie servono investimenti importanti, lo ribadisco. Lo stesso discorso vale per la legge delega sul progetto di vita, ora nella fase iniziale di attuazione».
Guardando ai due drammi, cosa si sarebbe potuto gestire diversamente?
«Noi, come servizi sociali, possiamo sempre migliorare e cercare di fare di più. Ma il discorso riguarda più livelli. L’appello è anche ai genitori: non abbiate paura di chiedere aiuto. E poi c’è una responsabilità collettiva: prestare più attenzione a ciò che succede attorno. Accorgerci di chi è in difficoltà, di una mamma che non ce la fa e scoppia in lacrime. Di un bambino che non va a scuola per giorni. Spendere una parola in più può fare davvero la differenza».
Quali iniziative avete attivato per sostenere le persone in difficoltà?
«Per il disagio psicologico tra i giovani abbiamo avviato il progetto “A Mente Libera”, che prevede alcuni colloqui psicologici gratuiti. Per andare incontro alle famiglie con persone con disabilità, la Capitale ha una storia di presa in carico soprattutto legata all’assistenza domiciliare, a cui si aggiungono i contributi economici per sostenere i costi dell’assistenza. Garantiamo anche l’Oepac per l’inclusione e l’interazione scolastica con un investimento di 95 milioni di euro. Ci sono poi gli spazi di socializzazione per giovani e meno giovani con disabilità, oltre ai fondi per progetti rivolti alle persone nello spettro autistico. Le iniziative sono tante e non manca la professionalità».
A chi possono rivolgersi le famiglie che si trovano ad affrontare situazioni di estrema fragilità?
«Di fronte alla nascita di un bambino con disabilità, il primo passo è chiedere aiuto al punto nascita dell’ospedale, che deve offrire alla famiglia le prime indicazioni sui servizi a cui potrà accedere una volta tornata a casa. Ogni Municipio ha poi un Punto unico di accesso (Pua) e un segretariato sociale, a cui ci si può rivolgere in base alla propria residenza per avere informazioni e supporto. È fondamentale anche il ruolo della Asl, per accompagnare la famiglia nel percorso sanitario e di vita».
Sofia Spagnoli
