La democrazia americana ormai assomiglia troppo ad House of Cards

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6 Novembre 2020


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Mario Giro su Domani

Negli Stati Uniti  se un voto è “too close to call”, cioè testa a testa, tutto si complica. Talvolta ci vogliono settimane o mesi per proclamare un seggio, con grosso dispendio di avvocati e sentenze. Se accadesse per la presidenza del paese più potente, sminuirebbe la reputazione della democrazia nel mondo.

Ciò che stanno cercando di fare i repubblicani negli Stati Uniti è già successo nel 2000 in Florida: tribunali indotti a ordinare lo stop a conteggi e riconteggi; intervento delle istituzioni dello stato (corte suprema statale e segretario di stato della Florida); minaccia di andare in alto fino alla corte suprema federale. All’epoca ci fu flair play da parte democratica e il candidato Al Gore concesse la vittoria a Georgw W. Bush. Questa volta non ci sarà. Gli episodi iniziali della quinta stagione di House of Cards servono a capire cosa potrebbe ancora accadere.

Nella fiction (a parti invertite perché l’incumbent falloso è democratico), si crea dal nulla un clima di tensione interna allo scopo di diminuire i votanti. Col Covid si è cercato di fare lo stesso.

Nel corso dello spoglio si grida ai brogli per alimentare i sospetti e interrompere la proclamazione dei risultati in uno o vari stati. Nella realtà è ciò che sta accadendo ora.

Nella fiction il disegno è prendere tempo, protrarre il processo elettorale e stiracchiarlo allo stremo, provocando un voto al senato che invalidi le elezioni: così lo sfidante perde un voto già vinto. Nella realtà da ieri un processo simile si è messo in moto: provare a portare le cose per le lunghe.

In tutto questo non c’è nulla di apertamente illegale: le norme americane permettono l’intervento della giustizia civile in un processo elettorale. Le corti hanno la facoltà di bloccare un conteggio o mettere un limite di tempo allo spoglio. Molti giudici eletti o nominati sono oggettivamente influenzabili.

Non va dimenticato che alcuni mesi fa il presidente aveva proposto di rimandare le elezioni. Poi si è fatto di tutto per diffondere apprensione su possibili truffe, in modo da intossicare un’atmosfera già molto tesa e polarizzata. Così si prepara il terreno all’eventualità di interminabili ricorsi fino al punto di interrompere uno svolgimento normale.

E’ per questo motivo che negli Stati Uniti vige la pratica della “concessione” (da noi inesistente): quando i risultati sono più o meno definitivi, anche se incompleti, si tiene conto della tendenza e il presunto sconfitto può accettare di aver perso e “concedere” il successo all’avversario.

A quel punto non è nemmeno necessario scrutinare tutti i voti: la concessione assume un valore de facto di promulgazione dei risultati. E’ ovvio che nel clima attuale tale cortesia non è immaginabile. La polarizzazione tra i due schieramenti, peggiorata nell’ultimo decennio, non permetterà nessun atto cavalleresco.

Negli Stati Uniti  se un voto è “too close to call”, cioè testa a testa, tutto si complica. Basta provocare le circostanze adatte. L’opinione pubblica globale non se ne accorge perché si limita a guardare alle presidenziali. Ma nelle elezioni locali e in quelle per congresso e senato, tali situazioni accadono.

Talvolta ci vogliono settimane o mesi per proclamare un seggio, con grosso dispendio di avvocati e sentenze. Se accadesse per la presidenza del paese più potente, sminuirebbe la reputazione della democrazia nel mondo.

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