Il 25 novembre 2023


Articolo scritto il

28 Novembre 2023


Categoria dell'articolo:


Questo articolo contiene i seguenti tag:

La giornata mondiale contro la violenza sulle donne

Quest’anno, in prossimità del 25 novembre, giornata di lotta per l’eliminazione della violenza sulle donne, l’efferato omicidio della giovane Giulia Cecchettin, di soli 22 anni, per mano del suo altrettanto giovane ex fidanzato, ha scosso profondamente la coscienza collettiva del Paese, generando forti emozioni e reazioni, soprattutto nelle giovani generazioni, in particolare nelle ragazze. Le piazze si sono riempite grazie a movimenti studenteschi spontanei e alle associazioni strutturate, da tempo impegnate nella difesa delle donne, in testa a tutte “Non una di meno”. E hanno portato in primo piano la consapevolezza della necessità di azioni coordinate e politiche strutturate che accompagnino il necessario cambiamento culturale, agendo non solo a difesa di chi è minacciata e subisce violenza, ma con un’educazione rivolta ai giovani: educare all’affettività, alla sessualità consapevole, a relazioni non violente, a nuovi modelli maschili e femminili, liberi dagli schemi prevaricatori e violenti che condannano entrambi a una vita di violenza e costrizioni, subite e operate, per rispondere a modelli e stereotipi ancora troppo diffusi.

Le analisi sono varie e ognuna può avere un fondamento. Dalla mentalità frutto di una società maschilista e patriarcale, a un discorso sull’uso della violenza e della punizione corporale come metodo di correzione di comportamenti non accettati, a una difficoltà maschile a trovare un ruolo in una società in trasformazione, a un continuo sfruttamento del corpo femminile a fini pubblicitari, di spettacolo, di soddisfazione dei propri istinti e desideri, a un abbassare la guardia sui temi di autocoscienza e consapevolezza femminile. A questo si aggiunga il momento di guerra che stiamo vivendo, con l’affermazione e l’accettazione diffusa dell’uso legittimo della violenza.

La complessità del fenomeno è evidente e la violenza assume aspetti e cause diverse. Il femminicidio è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno diffuso che i dati relativi alle denunce e alle richieste di aiuto ai centri antiviolenza portano sempre più in emersione. Colpisce particolarmente quando coinvolge persone molto giovani e per il fatto che scaturisca da un rapporto che nasce da una relazione affettiva.

Le associazioni pongono l’accento sulla necessità di presa di coscienza delle donne troppo spesso vittime incredule di una persona alla quale avevano accordato la loro fiducia e con la quale avevano progettato e anche costruito una famiglia. Riconoscere i segnali di un rapporto violento e “pericoloso” prima che arrivi alle estreme conseguenze. Quante volte un uomo dovrà alzare la mano sulla propria compagna prima che sia fermata, possiamo chiederci, parafrasando Bob Dylan?

Qualche dato

La decisione di intraprendere un percorso per uscire dalla violenza sembra arrivare a distanza di anni dall’inizio della violenza stessa: per il 41,3% delle donne sono passati più di cinque anni dai primi episodi di violenza subita, per il 33,5% da uno a cinque anni, per il 13,5% da sei mesi a un anno e solo per il 7,1% delle donne il tempo intercorso tra violenza subita e inizio del percorso presso il CAV è inferiore ai sei mesi. Prima di iniziare il percorso con i CAV, il 43,5% delle donne si è rivolta ai parenti (nel Sud 56,6% e nelle Isole 66,4%), e a seguire ai servizi generali, come le Forze dell’Ordine che intercettano il 31,9% delle donne che chiedono aiuto. La percentuale maggiore anche in questo caso si riscontra nel Sud, con il 44,2% delle donne (dati Istat).

La lettura dei dati statistici sulla violenza subita dalle donne sull’attività svolta dai Centri Anti Violenza è fondamentale per avere una dimensione del fenomeno e di quanto le donne stanno aumentando la propria capacità di ribellione a un destino di violenza. Le indagini Istat, previste e finanziate dal Piano governativo del Dipartimento pari opportunità aiutano a costruire un sistema informativo ancora molto lacunoso. Il primo dato da considerare riguarda gli omicidi.

I numeri

Lo scorso anno (2022) gli omicidi in Italia sono stati 322: l’autore è nel 97,3% dei casi un uomo, la vittima nel 39,1% dei casi una donna. Dei 126 omicidi di donne, 106 sono considerati femminicidi.

Sono 61 le donne uccise nell’ambito della coppia, dal partner o ex partner; sono 43 le donne uccise da un altro parente, in 35 casi da un uomo; è soltanto una la donna uccisa da un conoscente con movente passionale, ed è una la donna uccisa da sconosciuti, nell’ambito della criminalità organizzata. Un dato stabile negli ultimi anni, non in linea con la diminuzione del totale degli omicidi. Può questo considerarsi un fallimento delle politiche anti violenza? Difficile dirlo, difficile dire quanti sarebbero stati in assenza degli aiuti della rete di protezione che si sta costruendo. A volte è però chiaro che questa rete non è ancora abbastanza forte, che la sottovalutazione del pericolo, anche a seguito di denuncia, ha permesso di arrivare alle estreme conseguenze.

Ma quali sono le risposte della società e dello Stato? I primi centri anti violenza son nati negli anni Ottanta e Novanta nelle principali città. Ma solo a partire da dieci anni, a seguito della ratifica della Convenzione di Istanbul avvenuta nel 2013, l’Italia si è dotata di un sistema strutturato.  Infatti, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e contro la violenza domestica (Istanbul, 2011) prevede che gli Stati aderenti predispongano “servizi specializzati di supporto immediato, nel breve e lungo periodo, per ogni vittima di un qualsiasi atto di violenza che rientra nel campo di applicazione” della Convenzione.

Il sistema è gestito dal Dipartimento per le pari opportunità con piani triennali e finanziamenti alle attività previste, tra le quali le case rifugio e i centri antiviolenza (CAV). L’ultimo piano elaborato riguarda gli anni 2021-2023 e ha come temi: la prevenzione, la protezione delle vittime, la punizione degli uomini che agiscono la violenza, la formazione e l’educazione di operatori e popolazione, l’informazione e la sensibilizzazione, l’azione sugli uomini maltrattanti, la tutela delle donne migranti e vittime di discriminazioni multiple, l’autonomia lavorativa, economica e abitativa e la diffusione dei luoghi dedicati alle donne.

Tra le azioni più note del Piano il numero 1522, un numero gratuito, attivo h24, che garantisce l’anonimato e fornisce indicazioni di primo soccorso in caso di emergenza e sui servizi territoriali.

Nel 2022 le donne vittime di violenza hanno potuto contare su 385 CAV, distribuiti per il 37,9% nel Nord, per il 31,4% nel Sud, per il 20,8% nel Centro e il restante 9,9% nelle Isole. Rapportando il numero di CAV alla popolazione femminile, l’offerta di protezione per le donne risulta pari a 0,13 CAV ogni 10mila donne a livello nazionale, valore va da un massimo di 0,18 al Sud a un minimo di 0,10 nel Nord-est. Il servizio è in crescita. L’aumento è stato del 3,2% tra il 2021 e il 2022 e del 37% rispetto al 2017. I centri sono promossi nel 63,3% dei casi da un soggetto privato qualificato, mentre nel 33,5%, invece, da un ente locale.

Nei CAV lavorano 5.916 operatrici che nel 48,7% dei casi prestano il proprio servizio in forma esclusivamente volontaria.  Tra le diverse figure professionali emergono le operatrici di accoglienza (41,3%), le avvocate (16%) e le psicologhe/psicoterapeute (14,1%).

Nel 2022 le donne che hanno contattato almeno una volta i Centri antiviolenza sono state 60.751 (+7,8% rispetto al 2021), mentre sono poco più di 26mila le donne che hanno affrontato il percorso di uscita dalla violenza con l’aiuto dei Centri.

Le donne vittima di violenza di genere e domestica possono inoltre trovare ospitalità̀ e sicurezza presso le 272 Case rifugio attive sul territorio nazionale che, nel 2018, hanno ospitato 1940 donne maltrattate con una permanenza media di 259 giorni. Anche le Case rifugio, come i Centri antiviolenza, garantiscono una reperibilità̀ H24 (nel 90,1% dei casi).

È evidente che la quantità di risorse economiche rese disponibili e la loro distribuzione tra le attività previste è un tema fondamentale da analizzare, con particolare riferimento alla nuova legge di bilancio, così come l’analisi delle modifiche normative introdotte dal governo Meloni in un approccio securitario che pone in secondo piano attività di prevenzione, educazione e cura anche degli uomini maltrattanti. Un aspetto sul quale è necessario rivolgere più attenzione, contro la logica della reclusione e del “buttare la chiave”. Temi da affrontare presto e sul quale esprimere un giudizio politico.

A cura di Angela Silvestrini - esperta in demografia e materia anagrafica Istat - Direzione nazionale Demos

Bibliografia

Le vittime di omicidio – Anno 2022 https://www.istat.it/it/archivio/291266

I Centri antiviolenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza https://www.istat.it/it/archivio/291270

Il governo parla di prevenzione. Ma intanto ha tagliato i fondi, di Micol Maccario su Domani 24 novembre 2023

PIANO STRATEGICO NAZIONALE SULLA VIOLENZA MASCHILE CONTRO LE DONNE 2021 - 2023