La partita siriana. Nessuna ingegneria etnica costruirà mai vera pace

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23 Ottobre 2019


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di Mario Giro

Caro direttore,

prima il vicepresidente americano Pence e poi il leader russo Putin hanno ottenuto tregue tattiche dal presidente turco Erdogan. La diplomazia si muove per arginare l’ennesimo capitolo dell’interminabile guerra siriana. Una fase militare che era angosciosamente attesa: l’antica questione curda non poteva rimanere sospesa ancora a lungo, almeno per le potenze che tirano le fila del conflitto. Il ritiro Usa ha provocato la rottura di un fragilissimo equilibrio. Vedremo più in là quale sia stata la reale ragione di tale decisione. Per ora notiamo gli attori muoversi prudentemente sul terreno.

I turchi hanno mandato avanti le truppe dell’Esercito libero siriano, da loro riarmate e ristrutturate dopo la sconfitta che avevano subito nell’area di Aleppo e nel nord-ovest del Paese. Per ora si limitano a coprirle con attacchi aerei e bombardamenti da terra. Soverchiati, i curdi non hanno avuto scelta e in una base russa si sono accordati con l’esercito di Assad che ha subito annunciato la sua salita verso la frontiera. Ma tutti sanno che Assad dispone di poche forze: le immagini delle bandiere siriane a Mambij e Kobane erano dovute piuttosto agli shabiya, i suppletivi arabi non regolari che affiancano l’esercito regolare. Un modo per dire ‘ci siamo’ anche se militarmente non rappresentano una minaccia. Ma tant’è bastato perché gli alleati arabi di Ankara abbiano ricevuto l’ordine di fermarsi, per ora. Si sono viste anche pattuglie russe, in giri dimostrativi. Qualcuno si aspetta uno scontro diretto turco-russo ma è altamente improbabile: in realtà si studiano le mosse dell’altro prima di procedere. La tregua (pur contraddetta e violata) ottenuta dal vicepresidente Pence fa parte di tale attendismo. I curdi del Ypg controllavano il 45% del territorio siriano, ma si tratta di terre in prevalenze arabe. Dovranno ritirarsi nelle loro enclave, laddove sono maggioritari, come Kobane. Ridurre l’influenza curda (allargatasi durante la fase precedente della guerra) fa comodo ad Ankara – preoccupata per la sicurezza della sua frontiera meridionale – ma fa comodo anche a Damasco che vuole rientrare in possesso di territori che considera di sua sovranità. In realtà fa comodo a tutti. Finisce così il sogno di un Kurdistan siriano (il Rojava), immaginato sulla falsariga di quello iracheno: i luoghi a maggioranza kurda in Siria sono sparsi e non contigui. Il Ypg aveva tentato di creare una continuità territoriale, ma già si sapeva di quanto ciò fosse contrario agli interessi degli altri protagonisti, inclusi gli stessi iraniani che per ora non si sono mossi. Nel caos generale che l’attacco turco ha provocato è sempre possibile che qualcuno ne approfitti per segnare dei punti a suo vantaggio, ma tutti i soggetti coinvolti si studiano con attenzione per evitarlo.

Resta l’incognita di ciò che diverranno i prigionieri di Daesh in mano Curda, assieme alle loro famiglie. Se passassero sotto il controllo di Damasco, c’è da credere che sarà un massacro. Se fossero “liberati” dalle truppe suppletive arabe sostenute dai turchi invece potrebbero far perdere, almeno in parte, le loro tracce. Il decisivo incontro Putin-Erdogan ci farà capire cosa dobbiamo aspettarci per il futuro. È evidente che la Russia gioca un ruolo maggiore degli altri e che gli Usa glielo permettono. Recentemente Putin stesso è stato accolto con grande fasto in Arabia Saudita, in teoria un avversario geopolitico.

Alla fin fine la posta in gioco è la ricostruzione della Siria: centinaia di miliardi necessari che possono venire solo dal Golfo o dall’Occidente. Per ora l’Europa ha solo quest’arma da giocarsi: rifiutare di parteciparvi. Ma gli sceicchi della penisola arabica, dopo anni di ostilità, ora si dicono interessati. D’altra parte in Libano è finita così: il Paese è stato ricostruito con i loro soldi. Non aver vinto la guerra sul terreno non significa non poter tentare di vincere la pace con i soldi. Tale gioco geopolitico e militare lascia in ombra le vere vittime: i civili – curdi, cristiani, arabi e altri – che scappano fuggendo i combattimenti. In loro favore si è espresso solo papa Francesco, rammentando che quelle sono anche terre cristiane. È un secolo che tra Turchia e Siria si fa “ingegneria etnica” tanto da far diventare quei luoghi ‘terre di genocidio’. Anche se non esploderà una vera e propria guerra regionale, già vediamo che popoli interi si spostano, scappano e cercano riparo altrove per fuggire il massacro. Alla fine tutti i problemi restano irrisolti. Basta questo per farci capire il valore della pace.

Fonte: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/nessuna-ingegneria-etnica-costruir-mai-vera-pace?fbclid=IwAR1TnPHtrZcQHyDtCV6eG7NPq1G73vLqKZibAAilUSPzS8ckKQfwNrGw3zg

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