La strage dei bambini ricorda al mondo la crisi del Camerun

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26 Ottobre 2020


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Mario Giro su DOMANI

Le milizie separatiste entrano in una scuola e sterminano otto studenti. Dopo quattro anni di guerra tra francofoni e anglofoni la situazione è fuori controllo

Il 24 ottobre scorso nove individui armati hanno fatto irruzione nel collegio Mother Francisca di Kumba, uccidendo otto bambini della prima elementare a colpi di fucile e machete e ferendone altri 15. Malgrado la guerra nel Camerun anglofono –l’ovest del paese- duri da ormai quattro anni causando gravi sofferenze alla popolazione locale, quest’ultimo attacco ha scandalizzato il paese e provocato la condanna unanime della comunità internazionale. Improvvisamente le cancellerie internazionali si sono ricordate che da tempo è in corso un conflitto atroce che ha già provocato –secondo le agenzie umanitarie – 3000 morti  700.000 rifugiati.

Orrore in Camerun, Africa centrale. Il 24 ottobre scorso nove individui armati hanno fatto irruzione nel collegio Mother Francisca di Kumba, uccidendo otto bambini della prima elementare a colpi di fucile e machete e ferendone altri 15. Malgrado la guerra nel Camerun anglofono –l’ovest del paese- duri da ormai quattro anni causando gravi sofferenze alla popolazione locale, quest’ultimo attacco ha scandalizzato il paese e provocato la condanna unanime della comunità internazionale.

Secondo le autorità camerunesi l’atto è da attribuire alle milizie separatiste che terrorizzano la regione. La popolazione di Kumba ne è consapevole ma critica l’amministrazione per non essere stata adeguatamente protetta.

Il premier Dion Ngute, anche lui anglofono, ha subito convocato un consiglio dei ministri straordinario e inviato in loco due ministri. Costernazione e vicinanza alle vittime e alle loro famiglie sono state espresse dall’Onu, dagli Stati Uniti, dalla Francia, dall’Unione Africana, dall’Unione Europea. E’ come se improvvisamente nelle cancellerie internazionali ci si fosse ricordati che da tempo è in corso un conflitto atroce che ha già provocato –secondo le agenzie umanitarie – 3000 morti  700.000 rifugiati.

IL PAESE DIVISO

Il Camerun è un paese bilingue, a maggioranza francofona e con una minoranza anglofona del circa il 10 per cento. All’indomani dell’indipedenza la parte meridionale dell’ex British Cameroon votò per associarsi al Cameroun ex francese, mentre quella settentrionale scelse di essere inserita dentro la Nigeria. I motivi furono prevalentemente etnici ma si basavano anche su un patto: il nuovo Camerun indipendente sarebbe divenuto una federazione con un presidente e due premier, uno per la parte francofona e l’altro per quella anglofona. Tale larga autonomia federale nel tempo è venuta meno mediante riforme costituzionali tra il 1972 e il 1984. Il posto di premier del Camerun occidentale fu abolito. Gli anglofoni non l’hanno mai digerito e molti fra loro si sono sentiti traditi.

Il paese è rimasto ufficialmente bilingue e il premier è sempre stato scelto fra gli anglofoni, mentre i due presidenti succedutisi alla guida del paese (Amadou Ahidjo e Paul Biya) sono stati di parte francofona. Malgrado ciò, le spinte secessioniste non sono mai del tutto venute meno. Un sentimento di identità separata è cresciuto soprattutto in quest’ultimo decennio, favorito dagli effetti della globalizzazione e dalla riemersione delle spinte identitarie a livello globale.

Il presidente Paul Biya, al potere dal 1982, è uno dei leader africani più longevi. Per questo le rivendicazioni anglofone si sono spesso saldate con la richiesta di maggior democrazia e di alternanza. Già all’inizio degli anni Novanta, con l’introduzione del multipartitismo, la parte anglofona della popolazione aveva appoggiato in blocco il partito di opposizione (condotto da un leader anglofono) attorno ad un programma democratico e federalista che avrebbe dovuto coinvolgere anche altre parti del paese. La tensione crebbe e anche la comunità internazionale si schierò: la Francia con il Presidente Biya; Stati Uniti e Gran Bretagna con le opposizioni. Tuttavia uno scontro a due era fuorviante: era necessario tener conto anche delle altre regioni, in particolare del nord musulmano ma non solo.

Come altrove in Africa, anche in Camerun la gestione del potere dipende da un sapiente dosaggio etnico che coinvolge molte identità regionali diverse. In tale alchimia il presidente Biya è sempre stato un abile manovratore, utilizzando il partito al potere (Rdpc) come ammortizzatore dei potenziali conflitti interni tra etnie e regioni. Malgrado le critiche, Biya è sempre riuscito a mantenere il Camerun unito e al riparo della guerra, resistendo anche ad un tentato golpe militare.

L’Africa centrale è stata teatro di numerosi conflitti, come quelli ripetuti del Ciad, della Repubblica Centrafricana, Nigeria e Congo Brazzaville ma mai il Camerun si è lasciato contagiare. Anche nel caso del grave contenzioso frontaliero sulla penisola di Bakassi con la Nigeria, si riuscì a spegnere un conflitto già in atto mediante un difficile negoziato.

Ora ciò che sta accadendo nelle regioni occidentali porta la guerra dentro il paese nel momento in cui l’età avanzata del presidente fa pensare ad una non lontana  transizione politica. Gli esperti di cose africane paventano che l’attuale conflitto anglofono possa essere utilizzato anche in funzione della successione, scatenando un effetto domino.

LE ULTIME VIOLENZE

L’ultima fase del contenzioso tra francofoni e anglofoni era iniziata nell’ottobre 2016 con gli scioperi degli avvocati e insegnanti occidentali, favorevoli i primi a un sistema giudiziario tipo “common law”, i secondi a un modello educativo diverso. In realtà in Camerun vige già un misto delle due tradizioni, utilizzabili entrambe sia in tribunale che a scuola. Il vero problema è che spesso quello che è scritto nelle norme non viene realizzato nella pratica.

Da tempo i camerunesi anglofoni si sentono trattati come cittadini di serie B. La reazione delle autorità agli scioperi fu violenta, con l’incarcerazione di tutti i leader civili della protesta. L’effetto controproducente è stata l’eliminazione di tutti gli interlocutori politici, cosa che ha lasciato la parola solo alle armi.

La stessa leadership degli indipendentisti (i sostenitori dell’Ambazonia), quasi tutta proveniente dalla diaspora negli Stati Uniti  e in Europa, non voleva essere rappresentata da altri. Davanti a tale polarizzazione, il potere camerunese ha preso tempo, mantenendo la crisi dentro i confini delle due regioni anglofone. Così gli Amba Boys (così si chiamano i miliziani indipendentisti) si sono divisi tra di loro e non hanno avuto altro sbocco se non quello di prendersela con la loro stessa popolazione, come gli atroci fatti di Kumba dimostrano.

Esattamente come fanno i ribelli in altre zone d’Africa (inclusi i jihadisti), costoro hanno ordinato la chiusura delle scuole (e per questo le attaccano) e organizzato “città morte” cioè i lockdown regionali. 

In Camerun occidentale settecentomila persone sono fuggite, alcune oltre frontiera verso la Nigeria, la maggioranza in zona francofona. Così si è giunti al paradosso: per far studiare i propri figli, i genitori anglofoni hanno dovuto iscriverli alle scuole in zona francofona, dove non c’è la guerriglia. La situazione è  degenerata con corruzione generalizzata, frammentazione tra milizie e gruppi politici anglofoni diversi, esazioni dell’esercito.

A fine settembre 2019 il premier ha organizzato un grande dibattito nazionale sulle rivendicazioni anglofone che, pur essendo riuscito a far parlare molte voci diverse, non è riuscito ad avere l’impatto auspicato. Così anche alcuni tentativi internazionali di mettere attorno ad un tavolo governo e ambazoniani non hanno avuto successo.

LE INCURSIONI DEGLI AMBA BOYS

Oggi vivere in zona anglofona è un inferno. Rapimenti, violenze, assassinii. Le città sono deserte a causa delle minacce dei miliziani e della repressione delle forze dell’ordine: il ciclo della violenza è permanente e le due regioni occidentali del paese sono divenute off limits. I lockdown imposti dai ribelli vengono rispettati scrupolosamente pena sanguinose vendette. Bamenda, la capitale degli anglofoni, una volta città vivace e commerciale è ormai quasi sempre semi-deserta, così come gli altri centri del Camerun occidentale.

Le incursioni degli Amba Boys sono frequenti, così come gli scontri con esercito e gendarmeria, causando molte vittime collaterali. Per sopravvivere le milizie, spesso in competizione tra loro, rapiscono persone per ottenere i riscatti. Chiunque è sospettato di collaborare con l’amministrazione pubblica, compresi gli insegnanti e gli studenti che continuano coraggiosamente a frequentare le scuole pubbliche, rischia la vita.

In agosto scorso il primario dell’ospedale di Bamenda è stato rapito e costretto a versare agli Amba Boys un riscatto. Qualche mese prima era stato rapito un vescovo di zona. Fenomeni divenuti endemici.

Fallita la secessione e frazionata l’opposizione dei gruppi e delle milizie, pare che l’unica strategia rimasta sia quella del caos. Le posizioni si sono radicalizzate: per i ribelli ufficiali solo la secessione rimane un’opzione plausibile mentre le élite anglofone, stanche delle continue esazioni, propenderebbero per una forma rinnovata di federalismo o di autonomia.

Anche se nel Camerun anglofono Yaoundé è accusata di essere insensibile a giuste richieste, tutti fanno anche il confronto con la situazione precedente. Il dialogo è dunque possibile superando l’attuale fase polarizzata che politicamente non ha portato benefici a nessuna delle due parti. C’è da sperare che davanti al sangue di quei bambini piccoli, vi sia un soprassalto di umanità e si trovi la via del negoziato e della fine delle violenze.

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