La terra contesa di Cipro tra politica ed energia

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13 Novembre 2020


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Di Mario Giro su DOMANI

Cipro, l’ultimo muro d’Europa. Era dal 1974 che non se ne parlava. Ma ora l’isola di Afrodite è tornata in prime time: attorno a essa si svolge un’intensa battaglia politico-energetica. Qualche giorno fa, dopo la vittoria di Ersin Tatar, il candidato da lui sostenuto alla leadership della parte occupata dai turchi, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che si appresta a recarsi a Cipro nord.

L’annuncio è di rilievo perché la così denominata Repubblica di Cipro nord non è riconosciuta da nessun paese a livello internazionale, salvo Ankara. È dal 1974 che i turchi hanno preso direttamente possesso di una parte dell’isola e dal 1983 che hanno costituito unilateralmente l’attuale stato di cose. All’epoca reagirono a un tentativo di annessione provocato dalla crisi dei colonnelli. Già nel 1963 vi erano stati gravi tumulti e uccisioni tra le due comunità.

La situazione è rimasta congelata fino al 2004 quando Cipro è entrata nell’Unione europea che non riconosce la partizione esistente de facto. Di conseguenza per l’Europa tutti i cittadini originari dell’isola (sia a nord che a sud) sono cittadini europei.

Nelle sue dichiarazioni Erdogan ha polemicamente aggiunto: «È ovvio che la parte greca non intende accettare una soluzione sulla base dell’eguaglianza di partnership dei turco-ciprioti». Tuttavia i cittadini turco-ciprioti originari hanno gli stessi diritti e possono richiedere – come in effetti fanno – il passaporto europeo.

Una parte della comunità turco-cipriota è emigrata con il tempo e, per popolare l’isola, Ankara ha gradualmente inviato turchi non ciprioti, provenienti dall’interno anatolico. Nella parte nord molte proprietà appartenenti a greco-ciprioti sono state occupate o vendute (anche a stranieri); le chiese abbandonate all’incuria e alla distruzione.

Oggi il governo turco sostiene che il fallimento dei colloqui di Crans-Montana (Svizzera) del 2017 è dovuto all’ipotesi federale sulla quale si basavano. Secondo Ankara l’unica soluzione realista rimasta sul tavolo è quella dei due stati: occorre guardare ai fatti, si sostiene, intendendo con ciò il fatto compiuto cioè l’attuale scissione dell’isola.

Non va sottaciuto che tale approccio realistico non dispiace nemmeno a molti greco-ciprioti, contrari a spartire il potere con i turchi in una nuova versione federalizzata di governo. Dividersi in due stati sarebbe rassegnarsi a ciò che è già avvenuto smettendo di sognare la convivenza.

Rimarrebbe solo da inventare una formula di indennizzo (reale e simbolico) per i proprietari delle due parti che hanno perso i loro beni rimasti dall’altro lato (soprattutto greci ma non solo). Negli anni su tale aspetto sono state avanzate varie idee.

UN TESORO ENERGETICO

La questione territoriale di Cipro è tuttavia divenuta secondaria rispetto alle sue potenzialità energetiche. Da qualche anno in tutto il Mediterraneo orientale sono avvenute notevoli scoperte petrolifere e di gas, anche nelle acque territoriali cipriote.

Qui sorge il problema: vista la partizione de facto, in quale maniera decidere chi ne deve beneficiare? La Repubblica di Cipro (come ufficialmente e formalmente sarebbe ovvio) o entrambe le parti (considerando la realtà)? Le potenzialità del giacimento cipriota (chiamato ovviamente Afrodite) suscitano troppi interessi. Si stima che le sue riserve ammontino a 128 miliardi di metri cubi di gas. Si spera di aver trovato qualcosa di simile all’enorme giacimento di Zohr scoperto davanti all’Egitto.

Non si tratta dell’unico esempio: anche le prospicienti acque israeliane sono interessanti, come quelle del Libano. Non a caso dopo tanti anni i due paesi stanno negoziando frontiere marittime comuni.

Secondo stime americane, tutto il bacino degli idrocarburi del Levante potrà in futuro raggiungere la capacità di quello del nord Africa e della Norvegia: una rivoluzione in termini energetici. Israele ha già identificato i campi di Tamar nel 2009 e Leviathan nel 2010. Si parla addirittura di concessioni di ricerca all’Autorità palestinese (sarebbe una parte dell’accordo mediato dall’amministrazione americana).

L’AVVERSARIO PIÙ FRAGILE

È naturale che in tale contesto la Turchia non voglia essere lasciata fuori ma pretende di partecipare alle ricerche o fruirne in qualche modo. Com’è noto l’estromissione dal futuro gasdotto EastMed (quello che coinvolge Israele, Cipro, Grecia e Italia) l’ha messa per ora con le spalle al muro. Di conseguenza Ankara ha deciso di prendersela con l’avversario più fragile: Cipro appunto. In questo modo i vecchi negoziati sono tornati all’ordine del giorno.

Finora nessuno, tantomeno la Turchia, aveva un reale interesse a trattare nuovamente una questione spinosa e imbarazzante per le due parti. Ma ora tutto cambia e lo status quo non basta più. Se per ipotesi si riuscisse a portare a termine un accordo sull’isola, si potrebbe più facilmente sciogliere la questione delle frontiere marittime e delle zone di interesse economico esclusivo.

Le minacce turche del 2018 contro la nave ricerca dell’Eni a cui non fu permesso di trivellare, sono state solo la prova generale delle attuali misure aggressive messe in atto attorno a Cipro. Ankara vorrebbe impedire ogni tipo di ricerca energetica malgrado le condanne dalla comunità internazionale per alzare la tensione e ottenere qualcosa. È ovvio che le cose non possono continuare a protrarsi all’infinito in una situazione di blocco paragonabile allo “stallo alla messicana”.

Recentemente i ministri degli Esteri di Grecia, Cipro e Israele hanno tenuto un vertice tripartito sul tema della cooperazione energetica. Subito dopo i leader di Grecia, Cipro ed Egitto hanno condannato le esplorazioni turche nel Mediterraneo definendole «provocazioni» e hanno chiesto alla Turchia di accettare l’offerta di negoziato da parte di Cipro sulle delimitazioni marittime. Ma Ankara rifiuta perché prima vorrebbe negoziati simili con la Grecia, che però a sua volta declina. Grecia e Cipro hanno anche firmato un accordo marittimo con l’Egitto per contrastare quello che la Turchia siglò tempo fa con la Libia del governo Serraj di Tripoli. Entrambe le parti dichiarano l’accordo dell’altra illegale e non valido.

I TRATTATI DI LOSANNA

I pareri giuridici degli esperti sulla questione sono divisi: da una parte c’è chi sostiene che la Turchia non potrebbe dispiegare una nave da ricerche sismiche ed energetiche sul plateau continentale greco. Quest’ultimo infatti rappresenta una zona di sovranità. Ma altri ritengono che vada tenuto contro anche del plateau continentale turco e che in diritto marittimo internazionale è prassi considerare le priorità della placca continentale prima dei diritti derivanti dai confini insulari.

In altre parole: il plateau continentale greco non includerebbe le isole del Dodecaneso. Come si vede si tratta di un terreno irto di ostacoli giuridici in diritto marittimo e internazionale, che probabilmente avrebbero bisogno di molti anni di negoziato per essere sbrogliati. A meno che le parti non trovino un accordo tra loro, cosa che di questi tempi sembra difficile.

Erdogan non nasconde di cercare una vittoria simbolica che lo rafforzerebbe sul piano interno: rimettere mano in qualche modo ai trattati di Losanna del 1923. La configurazione geopolitica attuale del mare Egeo fu il risultato di un negoziato molto complesso in cui all’epoca entrò anche lo scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia.

Ci si chiede se è possibile dopo tanto tempo riformare le decisioni che conclusero la prima guerra mondiale. Cipro si trova al centro di una diatriba internazionale che la supera e che non vuole passare. Si può sperare che il presidente americano eletto Joe Biden desideri chiudere tale lunghissima crisi: la vicenda del Nagorno-Karabakh dimostra che un conflitto congelato può sempre pericolosamente risvegliarsi.

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