L’impegno di Demos in materia di esecuzione penale: gli internati


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24 Febbraio 2023


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Prende inizio con questa breve nota il viaggio di Demos nel mondo dell’esecuzione penale.

Un mondo che il nostro partito certamente non può ignorare, perché popolato, prevalentemente, dagli ultimi degli ultimi, da quanti cioè, hanno commesso dei reati e non hanno la possibilità di poter fruire di una seconda chance, molto spesso perché troppo poveri e privi della possibilità di usufruire del supporto di reti sociali.

L’istituzione penitenziaria, purtroppo, incontra sempre più degli insormontabili ostacoli nell’adempiere al mandato costituzionale: quello della rieducazione.

Con questa nota cercheremo di approfondire questi temi complessi che per essere affrontati e risolti hanno bisogno, evidentemente, di essere ben conosciuti.

Per superare le criticità non servono infatti degli slogan altisonanti, serve, piuttosto, conoscere e comprendere i problemi, solo così è possibile trovare soluzioni adeguate.

L'esecuzione penale e le forze politiche

L’esecuzione penale da sempre rappresenta un terreno di confronto/scontro tra le forze politiche, come le cronache di queste ultime settimane ci ricordano.

Tema controverso quello del carcere, che periodicamente registra, per un verso, la denuncia e la riprovazione per il sovraffollamento, per le condizioni di detenzione, per il difficoltoso accesso ai diritti della popolazione detenuta, per altro altro verso, invece, l’inasprimento della durata delle pene detentive, l’ampliamento nel numero delle fattispecie di reato che vengono aggiunte al nostro codice penale, sulla spinta di quel sentimento nei confronti di chi delinque, anche troppo urlato, del “buttare via la chiave”.

Il carcere è parte delle nostre città e non se ne può ignorare l’esistenza.

Le persone che sono ospitate in quei luoghi hanno sì commesso reati e devono pertanto scontare una pena, ma, questa pena deve rappresentare anche una opportunità di recupero sociale e non già un aggravio della condizione fisica, psichica e sociale del reo.

Le condizioni della detenzione, gli spazi, i programmi trattamentali, i rapporti con le famiglie, le opportunità di formazione lavorativa ed avviamento al lavoro devono essere azioni condivise, alle quali tutte le istituzioni, il terzo settore, il volontariato, devono fornire il proprio supporto.

Il carcere non può essere ignorato e abbandonato.

L'impegno di Demos sul tema della pena e della sua esecuzione

L’impegno di DEMOS, al contrario, è quello di mantenere un faro accesso sul tema della pena e sulle modalità della sua esecuzione, avendo riguardo soprattutto agli ultimi degli ultimi: quelli che sono da tutti dimenticati, quelli che sono arrivati in carcere perché fuori, per loro, non c’erano altre possibilità.

Quelli che non hanno famiglie in grado di sostenerli, quelli che per condizione sociale non hanno alcuna prospettiva di poter trovare, se non sostenuti, un progetto di vita nuova, una volta terminata la pena detentiva. Quelli che non riescono ad accedere alle misure alternative perché non hanno riferimenti sul territorio (residenza, lavoro) e neanche un avvocato disposto a tutelare i loro diritti.

Purtroppo anche la giustizia può essere “elitaria” e favorire chi, per condizione sociale, riesce a permettersi un bravo avvocato, in grado di ottenere la riduzione della durata della pena detentiva ovvero l’accesso alle misure alternative.

Non possiamo poi non considerare, anche le difficili condizioni di lavoro di tutto il personale penitenziario: dalla polizia penitenziaria ai funzionari del trattamento, ai funzionari contabili, ai Direttori; figure professionali presenti nei 190 istituti penitenziari in numero certamente non sufficiente.

Al riguardo è sufficiente rammentare come la Polizia penitenziaria sia costretta a turni di 12/ 18 ore a fronte delle 6/8 ore max tollerabili, previste dal CCN e che i Direttori in servizio non sono sufficienti, nel numero, a coprire tutte le sedi penitenziarie e che oggi garantiscono la loro presenza “a scavalco”, con la responsabilità della gestione di due ma anche di tre direzioni di istituti penitenziari in contemporanea.

Le esigenze dell'amministrazione penitenziaria, il commento segretario Demos

Una delle prime dichiarazioni che il Segretario di Demos, neo–eletto deputato della coalizione di centro sinistra, ha rilasciato alla stampa, è stata proprio quella a commento della legge finanziaria approvata lo scorso dicembre 2022.

Commentando il testo ha affermato che:” Tra le prime vittime della finanziaria c’è sicuramente il sistema giudiziario, in particolar modo quello delle carceri. Per il triennio 2023-25 sono previsti tagli per circa 35 milioni”.

È prevista, infatti, una sensibile riduzione del personale carcerario, con conseguente riduzione della spesa pari a quasi 10 milioni di euro (15.400.237 nel 2024), “che interviene su un personale che è già ora insufficiente..”

Per oltre un decennio le politiche di taglio alla spesa pubblica adottate dai governi che si sono succeduti, non hanno tenuto conto delle esigenze che le amministrazioni penitenziarie rappresentavano con rifermento alla progressiva carenza di personale che si registrava in ragione dei progressivi pensionamenti per anzianità.

La politica quella “urlata “ha prodotto solo il risultato di fare accrescere nell’opinione pubblica la percezione di un carcere pericoloso, inefficace nell’assolvimento del suo mandato istituzionale perché sempre e solo si è dato spazio all’enfatizzazione di fatti clamorosi (pochi) senza invece mai soffermarsi sulle storie positive (molte) che pure in carcere si sono costruite e realizzate.

Come risolvere il problema

Se la situazione penitenziaria in Italia, per il sovraffollamento anche causato dall’eccessiva durata della carcerazione preventiva e dagli ostacoli burocratici per l’accesso alle misure alternative, per le condizioni fatiscenti di molte delle strutture penitenziarie e per la carenza del personale in tutti i ruoli operativi, viene definita dai più “emergenziale”, le risposte dovrebbero essere fornite anche optando per soluzioni rapide, superando pastoie burocratiche, così da facilitare le procedure concorsuali per le assunzioni e le gare di appalto per i lavori di ristrutturazione dei fabbricati, prevedendo adeguati finanziamenti.

Se questa maggioranza di Governo invoca e rivendica l’esigenza di inasprire la durata delle pene, introducendo nuovi reati e limitando le opportunità di accesso alle misure alternative, non può certamente pretendere che tutto questo avvenga a “costo zero”.

Ciò avviene sulle spalle degli operatori penitenziari, senza tenere conto dei diritti e del rispetto della dignità delle persone in privazione della libertà, e senza prevedere alcun adeguato intervento finanziario che ripristini condizioni di vivibilità dei luoghi, investimenti per i percorsi di reinserimento sociale e numero adeguato di personale non solo di polizia penitenziaria ma anche del trattamento e della dirigenza.

Le azioni concrete di Demos

Le visite in carcere sono per noi di DEMOS indispensabili occasioni per restare sempre aggiornati su questo mondo degli “esclusi”, dei “dimenticati”.

Un modo, questo, per mantenere accesa la luce sui problemi di emarginazione, essendo noi convinti, da sempre, che l’opportunità di cambiamento deve essere offerta a tutti, sempre!

Quindi oltre all’impegno che l’On.le Ciani ha assunto dal primo giorno di insediamento alla Camera, nella convinzione di esercitare appieno le prerogative del suo mandato visitando i luoghi di detenzione per adulti e minori, analogo impegno sui temi penitenziari è stato assunto dalla nostra Barbara Funari, assessore alle politiche sociali ed alla sanità del Comune di Roma e da tutti i consiglieri eletti nelle liste di Demos.

Molti degli iscritti DEMOS sono anche volontari che svolgono le loro attività presso gli istituti penitenziari non solo a Roma ma anche in altre città d’ltalia.

Il nostro impegno è quello di approfondire la conoscenza dei problemi e formulare proposte, per la loro soluzione, realizzabili e sostenibili.

Le misure di sicurezza post-detenzione: le case di Lavoro

Tra gli ultimi degli ultimi il nostro viaggio di approfondimento è partito dalla Casa di Lavoro di Vasto (già Casa circondariale) che ospita le persone sottoposte all'esecuzione delle misure di sicurezza detentive, visitata dall'on.le Ciani il 19 dicembre 2022.

Al riguardo è opportuno precisare che le misure di sicurezza sono state introdotte nel nostro codice penale nel 1934 (codice Rocco) con l'intento di "riadattare il delinquente alla vita sociale, e cioè a promuovere l'educazione oppure la cura, secondo che egli abbia bisogno dell'una o dell'altra, mettendolo, comunque, nell'impossibilita di nuocere".

Se prima del 2014 le misure di sicurezza erano indeterminate nella loro durata massima, essendo prorogabili fino a quando si valutasse la permanenza della pericolosità sociale del soggetto, la legge sul superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari ha disposto che non possano eccedere ii tempo edittale massimo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso.

La Cassazione, con sentenza n. 41230 del 13 giugno 2019 [estensore Carlo Renoldi], ha chiarito che in caso di misura applicata per dichiarazione di abitualità nel reato va considerato il massimo edittale previsto per il più grave dei reati per cui la persona è stata condannata.

Pertanto non è difficile affermare che le misure di sicurezza rappresentano oggi più che mai una duplicazione della pena detentiva.

La visita a Vasto, uno specchio del problema

In particolare le case di lavoro sono in tutto simili alle sezioni penitenziarie ordinarie, anzi, in alcuni casi, anche meno attrezzate e con minori opportunità di programmi trattamentali di reinserimento. Contesti nei quali gli internati appaiono destinati a vedere prolungata sine die la loro permanenza, senza alcuna prospettiva di concreto recupero sociale.

Altissima è la percentuale di disagio psichico. La misura di sicurezza viene spesso prorogata, anche a fronte di una bassa pericolosità sociale, a causa della mancanza di reti sociali esterne che possano prendere in carico la persona.

Il numero di internati presenti nei nostri penitenziari è di poco inferire alle 300 unita.

La casa di lavoro di Vasto rappresenta l'esempio di quanto sopra affermato. Al momento della visita erano presenti 60 persone internate e 30 detenuti della reclusione. Nel corso della visita sono emerse dai racconti del personale - sia di polizia penitenziaria che dell'area trattamentale - e del direttore, molte crlticità strutturali (infiltrazioni d'acqua, perdite, termosifoni che non funzionano ecc); criticità legate alla carenza di personale della Polizia Penitenziaria (meno 60% della pianta organica) e alla scarsità del personale specialistico sanitario (psichiatrico soprattutto).

La visita ai reparti detentivi ha fatto emergere che più del 50% degli internati soffre di disturbi psichici, che si tratta, per la maggior parte, di over 60, senza famiglia e senza residenza. Molti di loro hanno un passato di poli-dipendenze con danni cronici. Una Casa di Lavoro, in definitiva, dove la maggior parte degli internati è inabile al lavoro e che quindi, di fatto, assolve alla sola funzione di contenitore di disagio, problematicità sociali, con scarsità di personale e poca relazione con il territorio.

Una storia difficile ma ancora da scrivere

Ci risulta difficile comprendere perché l'istituto della misura di sicurezza post-detenzione sia ancora presente nel nostro sistema penale, sebbene regolato da una legge penitenziaria che ancora oggi rappresenta, per i principi che vi sono declinati, uno degli atti normativi più avanzati e completi tra i sistemi dell'esecuzione penale dei paesi dell'Unione.

Le misure di sicurezza, di fatto, appaiono essere l'unica inadeguata risposta che il nostro sistema riesce ad offrire a persone che, per la loro storia personale, non hanno speranza.

lnvece di attivare sistemi di reti sociali integrate, si preferisce lasciare fuori dalla prospettiva di un futuro dignitoso ed umano, adeguato alle loro esigenze, queste persone fragili, spesso con disagi psichici (emersi anche in ragione della detenzione prolungata) relegandoli in carcere.

In questo modo si conferma la fragilità delle nostre politiche sociali di prevenzione e l'incapacità di promuovere, con coraggio, politiche di inclusione.

Il tema resta aperto ed è nostro intento approfondirlo e promuovere un'azione di sensibilizzazione per costruire una proposta di modifica normativa.

-Ideamos-