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L’Unità | Marazziti: un emendamento alla legge di bilancio per non essere complici dei trafficanti umani

20 Dicembre 2023 Martina Fabiani Nessun commento RASSEGNA STAMPA

Libia – L’Unità | di Mario Marazziti.

Per farla semplice: se si danno i soldi alla Libia, o ad altri, oggi e in futuro, che almeno si possa vedere come e per chi verranno spesi e che nei campi profughi si possa andare a verificare come la gente vive, senza restrizioni.

Libia | Davvero una “mappa dell’orrore” quella che viene dai campi libici, gli stessi da cui sono partiti i 61 morti per decisioni che impediscono di salvare chi è in pericolo, e quelli che, sopravvissuti, da acque internazionali in Libia sono stati riportati. E’ una mappa documentata, che trova eco nell’ultimo rapporto della Nazioni Unite sulla Libia.

“Durante una visita al centro di detenzione femminile di Judaydah, a Tripoli, il 13 agosto – ha spiegato nel suo rapporto il segretario generale Antonio Guterres – Unsmil ha incontrato detenute che hanno riferito di essere state sottoposte a torture e maltrattamenti, violenza sessuale, isolamento e separazione dai figli”.

Possiamo immaginare da agosto ad oggi quanti altri soprusi. Visto che è il rapporto che riguarda solo uno dei centri, uno dei tanti campi di concentramento libici. In molti di loro è impossibile monitorare alle agenzie internazionali quello che succede là dentro, visto che – si afferma nel report Onu – c’è poca o nulla possibilità di accesso nei “centri di detenzione per migranti sotto l’autorità del Ministero dell’Interno o nei centri di detenzione non ufficiali per immigrati sotto il controllo di gruppi armati”.

Ciò detto, al massimo di livello e di autorevolezza – da Guterres in questo caso, al di là di chi desidererebbe l’ONU e lui non esistesse per continuare nei blackout a operare contro qualunque convenzione internazionale e rispetto dei diritti umani anche in tempo di guerra (solo quei pochi previsti per i cattivi, ma ritenuti sempre ‘troppo’) è il “massimo livello” e fa da portavoce all’oggettività.

Cioè, semplicemente, portavoce di una verità-vera (anche se c’è chi non se ne cura e ritiene che vada ignorata). Si sa da anni, ma non importa. Ma ciò certificato, e cioè che la Libia non è un paese sicuro per i migranti e profughi – e che, proprio perché i “rumors”, le voci, le notizie che arrivano da chi sopravvive e da chi, quasi nessuno ma abbastanza per saperne di più, sopravvive e esce e racconta sono incontrovertibili da molti anni.

Possono essere ignorate ma non per questo sono meno vere.  È certificato che almeno i campi profughi – visto che la “Libia” è una entità multiforme come una espressione statuale che non copre il termine Libia, ma che proprio agli accordi con questa entità statuale è bene riferirsi, entità che è fondamentale per la comunità internazionale e per l’Italia per prima – i campi profughi finanziati da Italia e da UE sono terra di violenza, sopruso, o almeno “non sicura”.

Allora, in vista dell’approvazione finale di una legge di Bilancio sulla quale il Parlamento è messo in condizione di notaio, una semplice e modesta lettera aperta a tutti i deputati e senatori e partiti alla Camera e al Senato, ai segretari dei diversi partiti, senza esclusioni.

E’ strano o troppo chiedere che venga inserita una norma che dica: “Tutti i finanziamenti verso Paesi terzi si attengono alle norme di rendicontazione e controllo Ue e, dove differissero, italiane, al rispetto delle convenzioni internazionali e degli standard Ue di rispetto dei diritti umani, e alla tracciabilità sull’uso dei fondi stessi per le finalità per le quali vengono erogati, come pure alla verifica da parte di organizzazioni umanitarie riconosciute a livello internazionale o nazionale, che deve essere autorizzata agevolandola in modi opportuni e va sempre garantita dai Paesi-partner e destinatari degli accordi per ciascun esercizio annuale, entro il 30 settembre dell’anno in corso, pena la revoca e la non erogabilità degli stessi per il futuro anche in accordi pluriennali”.

 Non aggrava il bilancio dello Stato in alcun modo, è una norma che, in gergo parlamentare, è già “bollinata” all’origine perché non carica lo Stato italiano, introduce necessità di rendicontazione e verifica in linea con i principi di ogni sana amministrazione, di destra, di sinistra, di centro, semplicemente di una normale amministrazione.

Non implica nemmeno un cambiamento di politiche per l’immigrazione. L’accordo con la Libia è imbarazzante, così come è, da anni rende l’Italia e l’Unione complici di violazioni dei diritti umani, ma in silenzio, ma non si chiede nemmeno di cambiarlo e annullarlo. Non sono voci.

Chi scrive conosce i pochi che sono usciti da quei campi libici e che sono arrivati in Italia con un Corridoio Umanitario speciale: hanno alle spalle, ciascuno, le stesse storie di difficoltà, soprusi, rischio della vita, violenza, guerra, di tutti gli altri profughi. Ma la differenza è, tra quelli che sono arrivati in Italia, che possono anche mostrare le cicatrici e i segni delle torture aggiuntive subite nei campi di “accoglienza/concentramento” in cui non può entrare nessuno.

Di nuovo, ciò detto: non si chiede di cambiare le politiche dell’immigrazione che andrebbero cambiate solo per essere civili e per farne quello che sono, “una grande occasione”, e non “una grande occasione persa” e un errore carico di orrori a catena. Non si chiede niente.

Semplicemente si chiede che se si danno dei soldi si sappia dove vanno e come sono spesi (per esempio che non vadano solo alla classe dirigente ma anche per rendere decente un campo profughi) e che si possa verificare, anche attraverso organizzazioni umanitarie riconosciute (OIM, UNHCR, SAVE THE CHILDREN, SANT’EGIDIO, CARITAS, CROCE ROSSA, altri), senza eccezioni e senza limitarsi agli “amici” e clienti, che i criteri minimi di umanità e di “appropriatezza” (linguaggio burocratico internazionale) siano rispettati. Almeno un primo passo.

È un appello personale ai segretari dei diversi partiti e gruppi parlamentari italiani. Non solo a Schlein, non solo a Conte, non solo a Meloni.  Non solo a Renzi che può usare tutta la sua capacità politica a favore di una cosa così “basic”, non solo a Giorgetti, non solo a presidenti di Camera e Senato, ma a tutti e a ciascun singolo e singola deputata, senatore, deputato e senatrice.

È un appello anche alle altre testate giornalistiche. Perché facciano proprio lo stesso appello, la stessa campagna, anche se parte da ’Unità. In un tempo di comunicazione polarizzata e spesso monocorde, una occasione per provare a rappresentare l’opinione pubblica: che non può avere niente contro una cosa ovvia, ma che non si fa. E, se non vogliono, che almeno diano notizia di tutto questo.

È un appello a opinion maker, a influencer, come si dice oggi. Per un minimo dello standard umano e umanitario, e di buon senso. Per essere noi stessi e non doverci vergognare di come siamo diventati o rischiamo di diventare. E per essere, sì, davvero, italiani.

Campagna di Natale, in extremis. Per farla semplice: se si danno i soldi alla Libia, o ad altri, oggi e in futuro, che almeno si possa vedere come e per chi verranno spesi e che nei campi profughi si possa andare a verificare come la gente vive, senza restrizioni.

 Quale persona onesta e che paga le tasse può non essere d’accordo? O di qua o di là. Uniamoci su una richiesta banale, ovvia. Dividiamoci pure, ma chi resta di là sta con i trafficanti umani. E con chi si arricchisce con i soldi nostri. È il minimo sindacale per un Paese e per ognuno di noi. E’ un’operazione di chiarezza.

Anche papa Francesco sarebbe d’accordo, lui che il 20 dicembre, salutando il gruppo di Mediterranea Saving Humans, ha ricordato che – indipendentemente da intercettazioni illegali e usate in maniera illegale e trasformate nel contrario anche per le parti che sono state diffuse, con l’intenzione evidente di attaccare e infangare anche la Chiesa italiana – come altri “va in mare a salvare i poveretti che fuggono dalla schiavitù dell’Africa. Fanno un bel lavoro questi: salvano tanta gente, tanta gente”. Allora, campagna di Natale. E Buon Natale.

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