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Matteo Zuppi visto da vicino

15 Settembre 2019 Martina Fabiani Nessun commento RASSEGNA STAMPA CHIESA, MATTEO ZUPPI, PAPA FRANCESCO, RELIGIONE, ROMA

ROMA. Il prossimo 5 ottobre, vigilia dell’apertura del Sinodo per l’Amazzonia, papa Francesco conferirà la porpora a tredici nuovi cardinali: dieci porporati elettori e tre ultraottantenni senza diritto di voto in conclave. Due gli italiani. Senza diritto di voto l’ottantenne Eugenio Dal Corso, veronese di Lugo di Valpaltena, religioso dell’Opera don Calabria, undici anni trascorsi in Argentina, arcivescovo emerito di Benguela in Angola dove è rimasto come missionario. Tra i nuovi dieci cardinali elettori, invece, unico italiano, «romano di Roma», Matteo Maria Zuppi, classe 1955, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale dell’Emilia Romagna. 


A questo proposito niente era scontato, viste comprensibili attese vissute da altre diocesi italiane (anche da parecchi «giri»), e più d’una scelta fatta in precedenza da papa Francesco pure fra i collaboratori di Curia. Indubbiamente un segnale che costituisce un riconoscimento per tutta la Chiesa di Bologna che con Zuppi ha intrapreso un cammino di rinnovamento missionario, per la Comunità di Sant’Egidio della quale Zuppi fa parte da tanti anni, che palesa una manifestazione di stima e fiducia alla sua persona, ma anche una sorta di benedizione piena per lo stesso profilo o modello di vescovo da lui rappresentato. Quello di pastore preoccupato di testimoniare il Vangelo e di incontrare il prossimo senza preclusioni «non perché prete moderno, ma semplicemente perché questo è il principale compito della Chiesa», come Zuppi ha detto in più occasioni.  
Un Pastore credibile pur senza nessuna bacchetta magica (perché è ovvio che anche a Bologna, restano problemi nella pratica religiosa, permane un certo edonismo, restano vive le tensioni e contraddizioni fra i cattolici su temi come l’immigrazione, nonché problemi di calo demografico compensato solo dai giovani che vengono a Bologna a studiare, e si potrebbe continuare con i problemi d’invecchiamento del clero con un terzo sopra i 75 anni e una media di ordinazioni assestata sulle due all’anno, ecc.). Un pastore – aggiungiamo – che ha scoperto le periferie da un bel po’ di anni. Ben prima che a lui venissero date definizioni come «uomo bergogliano antropologicamente» (copyright Vito Mancuso), ma potremmo aggiungere anche «martiniano» («ci può stare» – si schermì con chi scrive una volta – aggiungendo «ma basterebbe essere prete fino in fondo»). 

Un «prete di strada» si è detto. Sì certo, ma un po’ diverso dagli altri; un uomo di vasta cultura e relazioni anche grazie all’ambiente in cui è cresciuto (suo padre Enrico è stato lo storico direttore dell’Osservatore della Domenica; un prozio – da parte materna – era segretario personale di Pio XI, Carlo Confalonieri), grazie agli studi di Lettere e Filosofia alla Sapienza (con una tesi su Ildefonso Schuster dopo il baccellierato in Teologia alla Lateranense), grazie al respiro internazionale, o se vogliamo cattolico nel senso di universale, legato al suo ruolo di assistente ecclesiastico della Comunità di Sant’Egidio (oltre che di Rettore di Santa Croce alla Lungara, di viceparroco e Parroco in Santa Maria in Trastevere, poi nella borgata di Torre Angela) e di Vescovo ausiliare di Roma. Una nomina – quest’ultima – di Benedetto XVI nel 2012, seguita dalla «promozione» a Bologna voluta da Francesco nel dicembre 2015, e ora dalla porpora. 
Non è tutto, andrà pure ricordato che per le sue parole e i suoi gesti, a Bologna Zuppi è diventato anche un punto di riferimento nella vita cittadina di cattolici e non cattolici, credenti e non credenti, quasi un’autorità civile oltre che religiosa, con capacità mai esibite di mediazione e concertazione (sperimentate anche a livello internazionale come  dimostra il suo intervento all’inizio degli anni Novanta – insieme ad Andrea Riccardi, Jaime Pedro Gonçalves e Mario Raffaelli – per portare la pace nel Mozambico dilaniato dalla guerra civile). 


Al suo arrivo sulla cattedra di San Petronio, si disse che nella cittadella del conservatorismo tornava finalmente un innovatore, capace di fare i conti con l’eredità dei predecessori. È andata che Zuppi ha sempre avuto un buon rapporto con il predecessore Caffarra, rispettoso e attento, avvertendo persino da parte sua curiosità e benevolenza, oltre che preghiera e astensione da interferenza. Sì, certo arrivando da Roma a Bologna, Zuppi trovò anche l’eredità precedente del cardinale Giacomo Biffi che in alcune cose – dalla «Giornata per la pace» in Assisi nell’ ’86 al mea culpa della Chiesa per il Giubileo del 2000, o in alcuni giudizi sul Concilio Vaticano II – aveva sempre mostrato – per usare un eufemismo – una sensibilità certamente distante dalla sua.  
Questo non ha impedito a Zuppi di riconoscere in quell’eredità «tanto spessore: umano, teologico», e dietro quel «realismo pastorale graffiante» di scorgere «un pensiero profondo: la preoccupazione per la Verità».Così Zuppi a chi scrive un paio di anni fa. «Senza dimenticare – aggiungeva Zuppi – che se la Curia è proprietaria di una fabbrica, la Faac, benché amministrata da un trust, è perché Caffarra l’ha accettata stabilendo di riservare gli utili ai poveri. Cosa che ha permesso di distribuire milioni in carità, non per il culto, la cultura, il sostentamento».  
Parlando dei predecessori Zuppi non ha mai mancato di citare anche Manfredini, Poma, Lercaro, associandoli alla ricchezza di una Chiesa e di una società che ha visto figure importanti, da padre Marella a Dossetti, da Alberigo ad Ardigò, da Andreatta sino a Marco Biagi, per citarne alcuni. Oltre a realtà rilevanti: i Dehoniani, Il Regno, Il Mulino, l’Istituto per le Scienze religiose. E si potrebbero aggiungere la Fondazione Lercaro o l’Istituto Veritatis Splendor… Insomma il tempo poi passa e talora certi posizionamenti si rivelano semplicistici e caduchi. «Non ho mai amato tanto le definizioni prese in prestito dalla politica (e anche lì si dovrebbe dire qualcosa!) ma oggi ci sono progressisti conservatori e conservatori progressisti. Anche papa Francesco in Argentina era visto come conservatore da molti! Ma il problema è altro: c’è una “Tradizione” da vivere e da trasmettere, non da regalare ad un conservatorismo che della Tradizione è solo caricatura e tradimento. E c’è una Chiesa che cambia, che deve cambiare per parlare al mondo di oggi, con problemi che chiedono cultura, ascolto, discernimento, presenza che si fatica a garantire in tempi in cui le difficoltà si moltiplicano», così ci confidava in un’intervista per il mensile paolino Vita Pastorale tempo fa.  


Questo l’uomo che – tornando a «scommettere» su un giovane italiano – papa Francesco si appresta ad aggregare al Collegio cardinalizio dopo essere andato a trovarlo l’1 ottobre di due anni fa alla conclusione del congresso eucaristico diocesano. Uno che da sempre risponde alla diffusa richiesta di prossimità e di ascolto, che ora gli arriva anche sulla cattedra di San Petronio dagli ambienti più lontani e disparati. Uno consapevole della necessità di fare almeno pezzi di strada con chi chiede aiuto, chiedendogli dove va non da dove viene. Che ama farlo ruminando la Parola, traducendola nelle strade senza tante glosse, vivendola non come una lezione appresa una volta per tutte ma una compagnia fedele. Altrettanto consapevole che il vero compito di una formazione cristiana è approfondimento del kerygma, annuncio dell’amore di Dio, scuola di libertà e serenità da condividere -insieme al pane – con i più poveri.

Fonte: https://www.lastampa.it/vatican-insider-it/2019/09/15/news/matteo-zuppi-visto-da-vicino-1.37455500

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