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Pietro Bartolo: “Numero chiuso in Medicina da abolire. Il Bosniagate? È mancata la responsabilità collettiva”

10 Marzo 2024 Martina Fabiani Nessun commento RASSEGNA STAMPA

Parla il medico di Lampedusa ed eurodeputato: “Ognuno ha guardato al proprio orticello, senza fare un passo verso i ragazzi”

«Il primo passo perché non si verifichi mai più un altro Bosniagate, è l’abolizione del numero chiuso nelle nostre università. Abbiamo ragazzi e ragazze brillanti, appassionati e preparati che vengono tagliati fuori dagli atenei perché non hanno saputo rispondere a quesiti assurdi, che spesso non hanno nulla a che fare con la medicina. E intanto mancano i medici nelle corsie e siamo costretti a chiamare i colleghi da Cuba e dall’Argentina. È il sistema che va ripensato».

Non ha dubbi Pietro Bartolo, eurodeputato, per trent’anni a capo del poliambulatorio di Lampedusa.

Una vita da medico di frontiera al fianco dei migranti, poi l’esperienza politica a Bruxelles. Dove adesso cresce la curiosità attorno allo strano caso dell’università italo bosniaca che sfornava titoli non riconosciuti in Italia.

Il Bosniagate è arrivato fin lì?

«Altroché. Tantissimi colleghi eurodeputati mi chiedono cosa stia succedendo in Italia con questa università farlocca. Ma mi chiedono anche come sia possibile che accadano queste storture in un Paese in cui è costante il bisogno di nuovi medici, al punto da richiederne l’intervento da altri Stati. I miei colleghi sono indignati».

E lei che idea si è fatto?

«Io penso agli studenti. Sono loro ad essere stati gabbati. E sono quegli stessi ragazzi che probabilmente hanno tentato i test a numero chiuso e non sono passati. E così sono stati costretti a trovare strade diverse. In questo caso quella strada li ha portati a sbattere».

I titoli conseguiti non hanno valore…

«Con la beffa aggiuntiva, oltre all’esborso di denaro da parte delle famiglie, di una formazione che a quanto pare è stata fatta davvero. Gli è stato rubato il futuro. Gli sono stati rubati anni di studio. Non immagino neanche lo stato psicologico in cui si trovino. Il problema è che poi queste truffe vengono scoperte quando ormai è stroppo tardi. In Sicilia c’è un detto: dopo che hanno derubato Sant’Agata, sono stati messi i catenacci ai cancelli».

Chi avrebbe dovuto vigilare?

«Tutti. Le pubbliche amministrazioni, i ministeri – anche quello della Salute – le università da cui provenivano gli stessi docenti che insegnavano al Jean Monnet. Da quel che leggo, si era capito che le cose non fossero poi così trasparenti. Il punto è che abbiamo dimenticato il concetto di responsabilità collettiva».

In che senso?

«Che ognuno ha guardato al suo pezzetto, al suo orticello. Nessuno si è preso la responsabilità di fare un passo in più in questa vicenda. Quando, invece, si sarebbe potuto intervenire per non rubare il futuro a questi ragazzi».

Tra i docenti c’era anche il presidente dell’ordine dei medici, Toti Amato.

«Io penso che non fosse a conoscenza del quadro generale, non posso credere il contrario. Non riesco a pensare che tutti questi professionisti fossero a conoscenza di essere finiti in una vicenda così grottesca. Quella del medico è una missione, l’ho vissuta così per trent’anni. Incontro tantissimi giovani che mi dicono di voler fare il mio stesso lavoro. Tanti di questi, hanno già tentato e sono rimasti fuori dalle nostre università. Sa come la vedo io?».

Prego.

«La stessa istituzione accademica che dovrebbe insegnare ai giovani che un paziente è prima di tutto una persona, non una malattia da studiare, sta facendo sentire quei ragazzi soltanto dei numeri. Così stiamo sbagliando tutto».

Da La Repubblica Palermo

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