Rassegna | Viaggio a Budapest a trovare Ilaria Salis di Paolo Ciani


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21 Febbraio 2024


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Il deputato di Demos ha incontrato per la prima volta l’attivista italiana nel carcere di Budapest: «Resta in cella 23 ore al giorno con la finestrella chiusa. Previsto un solo pasto»

Stavolta niente catene, né manette. Ilaria Salis si presenta nel parlatorio del carcere di massima sicurezza Gyorskocsi Ucta di Budapest in abiti civili, vestita decorosamente ma visibilmente stanca. Ad attenderla, insieme all’ambasciatore italiano in Ungheria Manuel Jacoangeli, c’è Paolo Ciani, segretario nazionale di Democrazia solidale-Demos e vicepresidente del gruppo Pd-Idp alla Camera. Poi il diplomatico li lascia soli, il deputato e la connazionale detenuta da un anno in Ungheria parlano separati da un vetro. Il colloquio dura circa un’ora.

Come sta Ilaria Salis?

L’ho trovata umanamente un po’ provata, del resto ha fatto un anno di carcerazione preventiva, e due mesi d’isolamento iniziali, in un posto dove non capisce una parola di quello che dicono intorno a lei. Per fortuna alla fine dei due mesi d’isolamento le hanno assegnato una compagna di cella alla quale si è affezionata.

Ha potuto farsi un’idea delle condizioni del carcere?

Ci siamo incontrati nel locale adibito ai colloqui dei detenuti con le famiglie. Il carcere si trova al centro della città e ha un passato davvero brutto, perché fu utilizzato dalla Gestapo nazista prima e dal regime comunista poi come luogo di detenzione e di tortura. Io però ne ho visto una piccola parte, appunto il parlatorio che si trova subito dopo l’ingresso.

A quale regime detentivo è sottoposta Ilaria?

Ilaria mi ha raccontato di condizioni durissime: 23 ore in cella, la cosiddetta “ora d’aria” è esattamente una sola ora al giorno. In più le celle sono chiuse anche tra le sbarre, così come viene tenuta chiusa la finestrella che si usa per la consegna dei pasti. Anzi, il pasto, perché ne passano soltanto uno al giorno, il pranzo. Per la cena, chi può provvede acquistando cibi già pronti da consumare, perché non è permesso cucinare nelle celle. Nell’ultimo mese, tuttavia, qualche piccola cosa è migliorata: per esempio hanno stuccato una fessura nel muro della cella da cui entrava aria gelida, è stata riparata una finestra che non si chiudeva bene e, improvvisamente, adesso ogni tanto gli agenti di custodia si rivolgono a lei in lingua inglese, così che possa comprendere quello che dicono. Di recente ha potuto fare anche una visita medica.

Le è sembrata spaventata?

Direi di no, però ha saputo del murale di Budapest che la ritraeva impiccata e, ovviamente, questa notizia le ha fatto molta impressione. Tuttavia mi è sembrata più concentrata sulle aspettative di quanto potrà succedere nei prossimi giorni. Spera di ottenere presto gli arresti domiciliari a Budapest, possibilmente prima dell’udienza che da maggio è stata anticipata al 28 marzo. E successivamente di poter proseguire l’iter processuale in Italia. Per il processo, poi, è seriamente preoccupata: le avevano proposto di patteggiare una pena enorme, 11 anni, e avendo rifiutato ora il “ventaglio” degli anni di reclusione che rischia in caso di condanna va da 2 a 24 anni.

Ma Ilaria ha la percezione del clamore che si è creato in Italia attorno alla sua vicenda, seppure soltanto dopo un anno e dopo quelle immagini che la ritraevano in tribunale incatenata e tenuta “al guinzaglio” da una poliziotta?

Sì, direi abbastanza. Chiaramente non può vedere la tv né, credo, leggere giornali, però è consapevole che in Italia si parla di lei e del suo caso. Tra l’altro mi ha assicurato che l’ambasciata italiana le è stata sempre vicina, con un addetto che fin dall’inizio è andato a visitarla. È importante perché c’erano state polemiche anche su questo punto. Si è detta molto grata che un deputato sia andato a trovarla, anzi mi ha detto che le farebbe piacere restare in contatto con me.

Perché lei ha chiesto di fare questa visita?

L’ho spiegato anche a Ilaria. Da una vita vado nelle carceri come volontario della Comunità di Sant’Egidio, e adesso come parlamentare. Vedere una ragazza condotta in catene alle mani e ai piedi in un’aula di tribunale, per altro ancora in attesa di primo giudizio, mi ha turbato profondamente, come immagino sia accaduto a ogni persona che abbia un minimo di sensibilità. Ci tengo invece a precisare che non sono venuto qui da rappresentante dell’opposizione per fare polemiche di parte, ma soltanto per gli aspetti umanitari e processuali di questa vicenda. Penso che le istituzioni italiane debbano insistere sull’esigenza di assicurare a Ilaria Salis un trattamento dignitoso e un processo equo.

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