Roma. L’assurda storia di Letizia e Petros, apolidi e senza più nulla

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10 Gennaio 2020


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I due coniugi, fuggiti dalla Lituania, hanno girato 5 Paesi ma non non hanno né tetto né cittadinanza. Vivono alla Stazione Termini assistiti dalle organizzazioni di volontariato come Sant’Egidio

Cinque stati della civile e democratica Europa non hanno ancora trovato una soluzione per due suoi cittadini. Letizia e Petros, marito e moglie di origine lituana, vivono alla stazione Termini: senza casa, senza lavoro, senza cittadinanza. Senza nemmeno lo status di apolidia, previsto ad esempio per chi è fuggito dall’ex Jugoslavia o dalle ex repubbliche sovietiche.  Per la burocrazia, insomma, non esistono. 

Perché quando l’ingiustizia economica incontra la rigidità delle leggi, il risultato è un meccanismo che macina vite. Un popolo di naufraghi che sopravvive solo grazie ai salvagente materiali e umani – lanciati da donne, uomini, ragazzi del volontariato che spendono tempo e risorse per chi vive parcheggiato alla stazione. 

Il loro punto di arrivo al nulla, dopo un viaggio che dalla repubblica baltica li ha portati in Germania, Spagna, Austria e – da una dozzina d’anni – in Italia. A Roma da giorni il tempo è splendido, ma dopo il tramonto il freddo cala come il buio, rapido e implacabile. I volontari della Comunità di Sant’Egidio sono di turno stasera per portare coperte, cappelli, panini, thé caldo e dolci. Come le parole di affetto a questi esseri umani che noi tut ti scansiamo, con timore e ribrezzo.  I volontari, invece, i senza- casa li vanno a cercare. 

E li conoscono uno per uno, li chiamano per nome, se qualcuno manca all’appello ne chiedono notizia ai compagni di sventura: «Ludmilla dov’è? Notizie di Jafar? All’ospedale? Domani andiamo a trovarlo ». In queste sere d’inverno almeno due organizzazioni fanno il giro, così che ogni giorno c’è qualcuno che va a trovare i ‘barboni’, che per loro sono solo ‘amici’. 

Eccola Letizia, infagottata nei giacconi, in testa un cappello di lana, ai lobi due orecchini antichi, vezzo e reperto di una vita normale. Gli occhi celesti si spalancano quando racconta di ingiustizie e sventure. Parla un italiano colorato dall’accento dell’Est e da qualche parola spagnola. Petros, il marito la ascolta, sorridendo sotto la folta barba bianca. «A cittadinanza lituana c’ho rinunciato quando avevo 41 anni lei la racconta così – quando nessuna risposta a mie lettere indirizzate a cinque maggiori istituzioni lituane. Absolutamente nulla». 

I due con un figlio partono per la Spagna, in fuga dalle macerie economiche e sociali dell’ex Urss. «Lì trovato lavoro nero in agricoltura – racconta – e subito fatto richiesta per rifugiati». Domanda che viene respinta. Al suo posto un foglio di espulsione. «Io ce l’ho cento per cento diritto asilo, convenzione di Ginevra lo dice!». Dovrebbero tornare al loro paese. Ma, per la legge, loro un paese non ce l’hanno più. Il figlio, che il passaporto lituano ce l’ha, in Spagna può restare. L’altro è rimasto in Lituania. 

«Allora noi andati a Germania. Ma senza documenti, nessun transportopubblico. Allora noi ha trovato questo passaggio con Tir. A autista ha detto che non ce l’ho documenti. Lui detto non è una problema: ‘Se non sbaglio divieti stradali, nessuno ferma’. Io pagato per viaggio, come pullman».

In Germania fanno domanda per lo status di apolidia e in attesa dell’esame ricevono vitto, alloggio, assistenza. L’illusione dura poco. Richiesta respinta. La coppia piomba nella disperazione e nella sfiducia totale nelle istituzioni. «Dove andare io per avere un posto? In prigione? O a cimitero? In Europa sono tutti banditi e bugiardi, dicono che c’è democràzia, invece ti sputano in faccia: ‘barboni’, ci dicono ». 

Ora in Italia dice di non avere la minima fiducia e non vuole chiedere aiuto alla sua ambasciata. Coi figli si è sentita a Natale. Un ricongiungimento familiare in Spagna? Manco a parlarne. Come in Italia, è previsto solo per figli minorenni. «Così io non può aiutare famiglia di mio figlio, portare bambina a asilo. Seduti qui come statue. Iesus Maria, è questo un paese cattolico?». 

Ora i volontari salutano gli amici, le borse dei regali sono vuote. Anche il cronista si avvia verso la moto per tornare a casa, col sollievo del ritorno inquinato da un vago senso di colpa. Nonostante il giaccone da motociclista, due ore a Termini bastano per assaggiare gli effetti collaterali della «cultura dello scarto». 

Fonte: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/letizia-e-petros-che-non-esistono

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